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Full text of "Roma (visioni e figure)"

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CORRADO RICCI 



ROMA 



( VISIONI E FIGURE ) 




A. F. FORMIGGI>f EDITORE ì^ ROMA 
M(.;MXIX 



Proprietà Letteraria 
/ diritti ili traduzione sono risenati per tutti i paesi 

Nelln filigrana di ogni foglio de .'e essere visibile 
1' impresa editoriale. 



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ROMA 



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EOMA 

Se non si profonda nei secoli quanto l'Egitto e se non 
assurge, con la sua visione, agli splendori ellenici, narra 
però una storia interminata di conquiste e di trionfi. : un 
succedersi di vigorose civiltà e di forze animatrici, che si 
rivelano nei monumenti, nella storia, nei poemi, nelle sue 
strade lanciate verso tutte le parti del mondo, nelle sue 
monete che affaticano il conio da due millenni, nelle sue 
leggi che al vivere civile danno ancora sicurezza e norma. 

« Tutto che al mondo è civile, grande, augusto, egli è 
romano ancora » disse il nostro poeta, e giova ripetere. Quel 
pastore che si fermò primo sul colle, che poi fu il Palatino, 
e ne ruppe i silenzi co' suoi gridi e con lo schianto dei 
tronchi ; quel primo fondatore della ruvida ròcca ; quei primi 
costruttori di mura e di capanne, che portavano i loro morti 
nella solinga valle dove poi sorse il Foro splendido e rumo- 
roso, pensaron essi quale poderosa quercia sarebbe cresciuta 
dal picciol seme gettato ? 

Ma, intorno alla quercia, la natura si svolgeva con singo- 
iar favore ; e, com' essa fu alta e robusta, alcune ragioni di 
quel singolare favore intravide Livio : il fiume onde i facili 
trasporti; il mare vicino quanto importava al commercio, 
lontano quanto occorreva alla sicurezza; il luogo in mezzo 
alle regioni d'Italia, quasi equidistante dall'Alpi e dal Pe- 
loro. Ma d' altre fortune tacque lo storico : radi e non di- 
struggitori i terremoti ; non arsure spossanti d' estate ; non 
geli e nevi opprimenti d'inverno; non frequenza di venti e 
d'uragani impetuosi : invece, dolcezza di clima e fiumi d'ac- 
qua limpida e sana, da quattordici sorgenti a lei condotta 



— ^ — 

dal giorno che Appio Claudio le portò la prima fresca onda 
prenestina, di cui egli cieco ascoltò il suono ma non vide 
il giocondo sfolgorìo. 

Quanta folla di eventi e di ligure, da quelli che la leg- 
genda avvolge ne' suoi veli iridescenti a quelli che la storia 
illumina di luce sinisi ra od abbagliante ! La città cresce come 
il suo dominio e include altri colli nel cerchio col quale la 
cinge Servio Tullio; e s'amplia ancora, s'amplia con foga 
irrefrenabile dilagando con le abitazioni, coi templi, con 
gli edifici pubblici per la campagna circostante sino a che 
Aureliano la fascia ancora di mura e di torri. Dal ciclo dei 
Re conquistatori alla Repubblica austera ed eroica che 
dall'umiliazione di Cartagine assurge con l'armi e le leggi 
al dominio del mondo e dalle vittorie greco-asiatiche at- 
tinge il senso e il bisogno della bellezza artistica ; dalla Re- 
pubblica all' Impero che con Augusto segna le linee perfette 
del supremo potere e si affatica, tra colpe insuperate e virtù 
magnifiche, a far di Roma un miracolo di grandiosità e di 
splendore, è tutto un succedersi, un incalzarsi, un accaval- 
larsi di cose, che avvincono inesorabilmente l' anima del poeta, 
dell'artista, dello storico, del filosofo cui nessuno è maggior 
argomento a meditare sulle grandezze e sulle ruine umane. 

« Or dov' è il suono 
di que' popoli antichi? or dov'è il grido 
de' nostri avi famosi e il grande impero 
di quella Roma, e T armi e il fragorìo 
che n' andò per la terra e l' Oceano ? » 

Ma Roma, benché vinta e depressa, bersaglio al vilipen- 
dio e alle ire accumulatesi nei cuori dei barbari debellati, 
si risolleva ancora e, divenuta capitale d'una nuova fede, 
afferra lo scettro ideale del mondo, e si lancia ancora, più 
venerata che temuta, verso una strada che ha per termini 
altri secoli. Il nuovo dominio morale, congiunto al ricordo 
dell' antica potenza, la fa parere a tutte le genti come de- 



— 5 — 

signata, per supremo volere, a reggere i destini del genere 
umano, a illuminare nelle tenebre, a sollevare negli abbatti- 
menti, a incuorare nei terrori, a riunire nei disordini, capitale 
sempre e patria comune per le anime, quand'anche non più 
pel diritto e per la spada. Sì che, integrato l' impero occi- 
dentale, i nuovi imperatori vogliono riunirsi alla serie di 
quelli di Roma con anella di ferro, che Carlo Magno ritiene 
trasmesse dai despoti di Bisanzio. 

Onde, quando l'Italia si avventa animosa verso una vita 
nuova d' ideali e d' arte, gli auspici sono tratti da Eoma. 
H giubileo di Bonifacio è sulla soglia del trecento punto 
di partenza alle cronache del Villani e al poema di Dante 
Alighieri, il quale tra i torbidi conflitti « di quei che un 
muro ed una fossa serra, » risente il fascino politico di 
Roma ; ne invoca (esempio d' ordine e di pace) l'antico 
istituto monarchico ; ne proclama (solo e sicuro rimedio 
alle discordie) l'universale potenza. 

« O fior d' ogni città, donna del mondo, 
o degna imperiosa monarchia » 

r acclama il Boccaccio, mentre Francesco Petrarca, immerso 
nei ricordi, le chiede l' allòro come « alla capitale del mondo, 
alla regina delle città » e Cola di Rienzo, inseguendo i fan- 
tasmi degli antichi eroi, penetra tra le minacciose ruine e 
per primo le indaga e le interroga, leggendo le iscrizioni, 
scrutando le corrose monete, dando un nome alle statue e 
ai ruderi : patriarca commosso d' un' archeologia, che gli 
agitava del pari e mente e cuore, parendo a lui che tutto 
il mondo antico insorgesse, vivo e furente, contro la miseria 
e la viltà de' suoi tempi. 

« 
Così s' avanzava il Rinascimento : Rinascimento che fu 

sostanzialmente letterario, artistico e archeologico ; non osiam 

dire politico, che la politica fu allora come il Cerbero dantesco 

« fiera crudele e diversa » e condusse al servaggio d' Italia. 



— 6 — 

Ma, oramai, il mondo classico è ferventemente contem- 
plato. Gli umanisti ne risvegliano il pensiero e, col pensiero, 
il costume; gli artisti di tutta Italia, e anche di fuori, ac- 
corrono in Roma, ne misurano gli edifici, ne copiano le forti 
e fastose membra, ne cercano gli ornamenti pur brancolando 
tra le latebre dei sepolti palazzi e delle terme. 

E dallo stato presente si risaliva all' antico con la Roma 
instaurata di Flavio Biondo, e dall'antico si" tornava al 
presente con le opere di Nicolò V, di Pio II, di papa Barbo ; 
e l'antico e il presente si fondevano oramai, in concordia 
di forme, su quel suolo che male aveva tollerata la nordica 
ogiva. Con le braccia poderose il Foro d'Augusto alzava 
al cielo (quasi possente avo la giovine e tìorente nipote) la 
loggia del Priorato dì Rodi. 

O Roma, gloriosa ancora, gloriosa sempre ! Leon Battista 
Alberti attinge da' tuoi templi il nerbo delle linee che porta 
nell'Italia superiore; tu diventi la scuola d'ogni architetto 
e d' ogni costruttore : Bramante, Baldassarre Peruzzi, i San- 
gallo, Michelangelo sono i tuoi nuovi adoratori. Anche i 
pittori s' affollano in te e ti amano ; ti studiano, ti ritraggono 
in ogni parte e riproducono i tuoi monumenti nel fondo dei 
loro dipinti. Tutti, lasciando la patria, vengono a te con la 
riverenza degli antichi romei, a te meta eterna di devoti 
pellegrinaggi. E tale amore, tale passione d'indagine è arte 
ad un tempo ed archeologia, tanto che Leon X chiama, a 
so vrin tendere alle antichità e agli scavi di Roma, il più 
eletto e sensibile degli artisti, Raflaello. 

E Roma, madre benefica e feconda, quasi per lieta rico- 
noscenza, esprime dal suo seno mirabili creature d' arte. 
Come si scopre il Laocoonte « tutta la città, scrive un con- 
temporaneo, di giorno e di notte concorre a quella casa, 
che sembra il Giubileo. » Si comincia quindi a scavare con 
la fede e lo scopo di rinvenire altre scolture ; e le case dei 
patrizi e dei cardinali vanno ornandosi di statue e di fram- 
menti. L'anima popolare guarda attonita questa risurrezione 



dei vetusti simulacri, e tutto riveste di fantasie e di leg- 
gende. 

Intanto una nuova serie di mirabilia s'eleva dal suolo 
di Roma ; sorgono d' ogni parte palazzi e chiese ; una turba 
sollecita d' artisti lotta in nobile gara dentro la Sistina : 
Luca da Cortona fiero e rude, presso il nobile e composto 
Ghirlandaio ; Pietro Perugino, che ha V arte, se non 1' anima, 
piena di sentimento religioso, presso l' agile e pagano Bot- 
ticelli. Poi, sull'opera loro, si curva la vòlta di Michelan- 
gelo, terribile poema evocatore d' antiche tragedie, quasi a 
minacciare o a deprecar le nuove che s'addensano sulla 
misera Italia ; e la bellezza dell' arte di Raffaello si vela di 
mestizia nella Disputa del Sacramento e nel Miracolo di 
Bolsena, dove l' ostia di Dio, come il paese in guerra, goccia 
di sangue. 

Né la grande opera di ricostruzione edilizia cessa mentre 
la Riforma combatte contro Roma papale. S'infervora quasi, 
e il Sangallo, il Buonarroti, il Vignola gettano le basi di 
quel prodigioso e grandioso barocco che, tuonando in armo- 
nia con r antico aspetto, procura alla città il nuovo aspetto 
che le manterrà, per altri due secoli, il predominio artistico : 
predominio ben ragionevole quando muoveva dalla magnifi- 
cenza de' suoi curvi colonnati, delle sue interminabili scalee, 
delle sue fontane piene di iridi e di fragori; de' suoi giar- 
dini pensili e de' suoi parchi pieni d" ombra e di poesia, 
dove le statue antiche sogguardano attonite come appena 
rideste da un sonno di secoli. 

Poi, come r arte si tramuta, essa si ricongiunge ancora 
all' archeologia con Giambattista Piranesi, con Raffaello 
Mengs e con Antonio Canova, condotti a più sicura notizia 
dell' antichità da quel miracolo d' equilibrio di sapere, di 
gusto, di fresco entusiasmo che fu Giovanni Gioacchino Win- 
ckelmann « araldo dell' arte e della storia », fondatore del- 
l' archeologia scientifica, qui, in Roma, sul colle capitolino. 
E Roma, rinovellata ancora, dopo che il cuore e il sangue 



— 8 — 

d' Italia la vollero capitale, avvincendo la fede di Dante a 
quella di Mazzini, la spada di Belisario a quella di Garibaldi, 
la quercia d' Augusto a quella di Vittorio, vede anche una 
volta (ricongiunte all' Italia la forte regione decima — Histria 
e Tridentium — e la Dalmazia) crescere i suoi destini : uni- 
versale ispiratrice di forza e di grandezza, dal giorno in cui 
Evandro salì il colle Palatino, e col lituo segnò le mura e 
l'arce, al giorno in cui sul Campidoglio risventolarono le 
insegne della nazione romanamente ricomposta. 



LA " COMUJNE PATRIA 



Nessuno, in Eoma, è da considerarsi ospite e nessuno 
ospitato perchè quanti nei secoli hanno coltivato ed amato, 
e coltivano ora e amano l' arte, si sono sentiti e si sentono 
intellettualmente e spiritualmente cittadini di Roma. E 
Eoma li considera figli suoi, sì che sembra che essa non 
abbia mai prodotto nel suo seno grandi artisti perchè nes- 
suno vantasse diritto di preminenza e tutti si sentissero 
egualmente in patria. 

A ragione il Baldinucci la proclamò « comune patria » 
che tutti v' accorsero in ogni tempo e da ogni parte ; e 
molti vi rimasero e vi morirono adorandone la bellezza e 
I' anima. 

Racconta il Vasari che Polidoro da Caravaggio « sempre 
ardeva di desiderio di rivedere quella Roma che sempre di 
continuo strugge coloro che stati ci sono molti anni. » Il 
Poussin, allo straniero desideroso di recare al suo paese 
una cosa che ricordasse Roma, porse un pugno di terra 
con alcune scheggie di porfido e gli disse : « Mostra ai tuoi 
che questa è la polvere di Roma. » 

Ci voleva nel mondo un luogo che fosse patria di tutti 
gli artisti. L' essere o sentirsi vicini a colleghi d' ogni paese, 
ad opere immortali d' ogni epoca, a splendori incomparabili 
di storia, di natura e d'arte, fu sogno perenne delle ani- 
me elette, che suggerì a Virgilio e a Dante queir accolta 
di spiriti magni, che poi trovò nell' arte espressioni antiche 
e nuove, fino a trionfare con la Scuola d' Atene di Raffaello. 

La divinissima Grecia, dopo una corsa trionfale, si as- 
sopì ; ma Roma, raccolta l' eredità sua, si produsse nei secoli 
con grande fervore di vita e moltiplicità d'aspetti. 



— 12 — 

Gli artisti quindi tutto vi trovarono e tutto vi trovano. 
Il medioevo da lei trasse il romanico ; l' era moderna da 
lei trasse il. rinascimento e il barocco ; il neo-classicismo, 
la correttezza per reazione allo stesso barocco ; i « natura- 
listi » d' ogni tempo vi scorsero bellezza e grandiosità di 
figure. 

La nostalgia di Roma apparve così in ogni quadro : nel 
rudero cui si appoggia la capanna fiamminga dei Presepi; 
nei templi in cui si svolge l' episodio sacro o storico ; sino 
nei pini solitari ed obliqui degli orizzonti tiepoleschi. 

Intorno alle maraviglie della plastica e dell' architettura 
antiche si stende un paesaggio che non è solo splendore 
di luce e di colore, ma palpito di poesia e narrazione d' av- 
venimenti che parlano all' intelletto, al cuore, alla fantasia, 
come im sepolcro tra l' edera, le vertebre diseccate di un lungo 
acquedotto, una catacomba tra le vigne, una torre presso 
la palude, im blocco di tufo ultimo segno forse di una città 
calpestata da Roma, lo svariare delle nubi e del sole dalle 
nevi di Abruzzo ai Colli Albani, dai monti della Sabina al- 
l' ondeggiamento concorde della « campagna », delle mandre, 
delle ginestre, del mare: fremito infinito che dà lo strug- 
gimento d'una passione. 

Roma è così la patria universale degli artisti. 

Qua, all' Accademia di Francia s' aggiunse la scuola in- 
glese, poi quella di Spagna e d' America, poi la portoghese. 
La continua affluenza degli artisti altre ne farà sorgere, 
perchè dovunque, nella città e nella sua campagna e nei 
suoi castelli, è un' animazione continua di chi opera a sor- 
prenderne e a fissarne gli aspetti fugaci ed eterni. 

Il civis romanus, nell' antico senso, è finito. Oggi i veri 
cittadini di Roma sono gli artisti. 



IL PALAZZO DI VENEZIA 



Dalle finestre della torre ove abito, veggo, nell'intera 
sua maestà e vastità, il Palazzo di Venezia; e lo veggo in 
tutte le ore del giorno, sotto le più diverse luci: scuro, 
all' aurora, di contro alla cupola del Gesù e alle masse ver- 
deggianti del Gianicolo, che prime si illuminano al sole ; 
poi, a sua volta, tutto ardente di luce, pur nella densa tinta 
rossastra dei muri ; poi, scorso il meriggio, e il sole passatogli 
dietro, cupo e accigliato. La notte e la luna non destano 
in lui effetti di sorta ; troppe lampade elettriche all' intorno 
ne scacciano ombre e misteri. Piazza Venezia e Via del Ple- 
biscito, abbagliate, non conoscono, infatti, le dolci iridescenze 
della luna, assai più lieta di « contemplare i deserti. » 

L' insieme del Palazzo, all' esterno, quantunque sparso 
delle grazie del Rinascimento, è ancora medioevale. La porta, 
gemmata come un' opera d' oreficeria, che guarda a levante ; 
r altra, volta a nord, esilmente classicheggiante nelle colonne 
scanalate, nei capitelli corinzi e nel timpano; le finestre, 
infine, a croce guelfa o inanellate di marmo, non bastano a 
togliere al suo aspetto quel che di arcigno e di guerriero 
che gli procurano la massa imponente, i modiglioni, i merli, 
la torre. E ben più arcigno e guerriero parrebbe se, anziché 
una sola torre, ne avesse quattro (una per ogni angolo) 
com' era nel primo concetto. Ma tale, in quel tempo, doveva 
essere il palazzo per imporsi, per minacciare; che, se nel- 
r anima degli artisti e dei dotti, e sia pure anche dei prìn- 
cipi, andava fiorendo il desiderio della bellezza antica, la 
vita politica, però, non era molto diversa dalla medioevale, 
e la violenza e le lotte civili intorbidavano ancora troppe 
coscienze. 



— 16 — 

Ma dall' aspetto esterno è grandemente diverso V interno. 
In questo Pietro Barbo (prima Cardinale di Venezia, poi 
papa col nome di Paolo II) volle le grazie e l' amenità della 
più serena Einascenza ; volle l' aerea libertà delle loggie e 
dei giardini animati di fiori, di fonti e di statue che il non 
avaro terreno di Roma donava a chi, anche per poco, lo 
rimoveva. Eaccoglitore appassionato, egli desiderò negli ap- 
partamenti ricchezza di libri miniati, di oreficerie, di maio- 
liche, di stofte, di pitture, di dorature ; ad ogni porta leggia- 
dria di ornamenti marmorei; e in ogni volta o soffitto una 
lieta costellazione d' imprese araldiche. Così nel grandioso 
palazzo r intimità fu gioconda, come l' esteriorità severa, 
proprio come in certi uomini pubblici che, dal loro ufficio 
condotti a severità, quando rientrano in famiglia s' abbando- 
nano all' espansione dei più teneri sentimenti. 

Paolo II, infatti, in seno ai suoi edifìci, e specialmente 
nel Giardino di San Marco (detto più tardi Palazzetto di 
Venezia) rimanevasi spesso e a lungo in piacevole colloquio 
con gli uomini principali della sua Corte, e dava splendidi 
ricevimenti al Senato o agli ambasciatori o ai prìncipi che 
da ogni parte giungevano a Roma. 

Dalle finestre assisteva ai grandi banchetti e alle feste 
che, con liberalità unica, offriva al popolo di Roma nella 
sottoposta piazza, la quale, mercè sua, era divenuta come 
il luogo di ritrovo e il centro del più cospicuo quartiere 
cittadino. Greneroso di natura, donava a poveri e a ricchi 
con rara larghezza e aiutava ogni opera pubblica, ogni so- 
lennità sacra, ogni svago popolare, quasi con l' intenzione di 
emulare, se non l' antico fasto imperiale, quello di ogni prin- 
cipe contemporaneo. 

Dell' antichità classica ammirava, però, più che altro, la 
parte estrinseca, magnifica ed elegante. Perciò, mentre fa- 
voriva incondizionatamente gli artisti, non favoriva altret- 
tanto quegli umanisti ch'ei vedeva troppo attratti dalla 
morale antica. E poiché ne trattò male alcuni, fra cui il 
Platina e Pomponio Leto, così essi prepararono contro di 



— 17 — 

lui una congiura che, sventata, lasciò lui sano e salvo, e 
condusse invece alla soppressione dell' Accademia romana. 

In quei giorni di pericoli e di minaccie, il Palazzo do- 
vette parer giustamente cupo e pronto alle difese! 



Quando, nel 1440, Pietro Barbo, veneziano, figlio di una 
sorella di Eugenio IV, ricevette la porpora cardinalizia, ve- 
dovasi, dove poi sorsero, per opera sua, il Palazzo e il Giar- 
dino, tutto un trito rione di misere case, che, quasi petulante 
poveraglia, si affollava intorno alla chiesa di San Marco, e 
alla torre della biscia : due monumenti che, rafforzati e ri- 
parati, entrarono a far parte del Palazzo. V era inoltre una 
casa costrutta da un prete di Anagni sui ruderi di fornici 
antichi, e fu ili questa che prese dimora il Barbo appena 
giunto in Eoma nel 1444, apportandole, sembra, restauri e 
migliorie. 

Ma è facile comprendere come al suo spirito, avido di 
dominio e di splendore, e quindi attratto da idee di fasto 
e di grandiosità, la modesta casa non dovesse soddisfare, 
€ come, sin da principio, ei dovesse pensare a farsi un pa- 
lazzo degno di un principe di Santa Madre Chiesa, e degno 
(forse neir anima sua già nutriva il gran sogno) del futuro 
pontefice ! Presto infatti cominciò T acquisto di case e di 
terreni; con tutta probabilità nel 1.451, quando il Barbo 
ricevette il titolo di Cardinale di San Marco. Certo è che, 
quattro anni dopo, il terreno fu libero e il Palazzo fondato. 

L' Egger pensa invece che Pietro Barbo durante il suo 
cardinalato si limitasse a restaurare la vecchia dimora e solo 
cominciasse la costruzione del Palazzo nel ' 66, quando già 
da circa un anno e mezzo era divenuto papa. A sostegno di 
questa opinione, egli s' appoggia essenzialmente a un con- 
tratto steso allora per « far fare sale, camere et altre diverse 
stanze et mettere in volta piìi lavori et riformare detta 
■chiesa et lo portico che le è dinanzi » ; ma il contratto stesso 



— 18 — 

dice che intenclevasi con ciò di proseguire il Palazzo {ad 
hoc opus prosequenilum) nel quale già Sua Santità abitava 
(« dove al presente fa residenza »). D' altra parte, che la 
costruzione d' esso fosse cominciata un lustro innanzi, fanno 
fede, oltre ad alcuni stemmi di Pietro Barbo ancora sor- 
montati dal cappello cardinalizio, molte medaglie e uu' iscri- 
zione, che recano la data 1455 e le parole « has aedes con- 
didif », nonché la testimonianza di scrittori contemporanei, 
i quali riferiscono l' inizio della vasta imi)resa al tempo in 
cui Barbo era ancora cardinale. 

Quant' al Giardino, ossia al Palazzetto, le date venivano 
spostate ancora di più. Lo si voleva della fine del secolo XV, 
mentre invece (ha provato lo Zippel) nel 1467 poteva con- 
siderarsi finito. 

Allorché Paolo II morì, ossia nell' estate del ' 71, del 
Palazzo sorgeva tutto il lato che guarda a levante, in con- 
tatto appunto col Giardino. E finito era pure il portico 
della chiesa. 

Per la scomparsa del fastoso pontefice non cessarono i 
lavori, che il suo congiunto e favorito Marco Barbo, succe- 
dutogli nel titolo di San Marco, nei vent' anni che gli so- 
pravisse li continuò, e se non così ferventemente da vederli 
compiuti, soltanto perchè distrattone da frequenti e lunghe 
missioni in paesi lontani. 

A lui. comunque, risalgono la loggia per la benedizione 
papale nella facciata della chiesa, parte del Palazzo verso 
nord e alcune decorazioni interne. 

Agli ultimi anni di Paolo II, come testimonia lo stemma 
papale, e forse a circa il 1470, sono da riferire le interes- 
santi decorazioni della cosidetta Sala degìi affreschi, con 
rappresentate nel fregio e sotto il ricco soffitto alcune fon- 
tane e le forze d' Ercole, ritenute da taluni di Girolamo da 
Treviso il vecchio, ma più spesso d'Antonio Pollaiuolo o 
della sua scuola, per ricordo di stampe e del minuscolo dit- 
tico conservato nella Galleria degli Uffizi. Ma, mentre il 
soggetto con Ercole che solleva Anteo si vede rappresentato- 



— 19 — 

quasi sempre, per tradizione iconografica, nello stesso modo, 
ed anche (si noti bene) in alcune stampe del Mantegna, ben 
altri e più singolari esempi noi troviamo aver seguito l'au- 
tore degli afifreschi. Stanno incastonati nella facciata di San 
Marco in Venezia due rilievi: uno pesante e forte della de- 
cadenza romana, il secondo magro e angoloso del secolo 
XIV; quello rappresentante Ercole che porta sulle spalle il 
cignale d' Erimanto, ed Eiiriteo che si nasconde nella hotte ; 
l'altro, Ercole che reca sul dosso la cerva di Cerinea e cal- 
pesta l'idra di Lerna. Ora l'imitazione di tali scolture da 
parte del pittore del ricco fregio è di un' evidenza assoluta. 
Sino l'idra vi è effigiata come un drago a un solo capo, 
mentre nel dittico fiorentino essa inalbera più teste. Ovvio 
perciò pensare non a un seguace del Pollaiuolo, ma a qualche 
pittore del gruppo mantegnesco, piuttosto grossolano : a un 
artista veneto, il quale, operando, tornava con nostalgico 
pensiero alla maravigliosa sua Basilica d' oro. 

D' altronde è naturale che Pietro Barbo non dimenticasse 
interamente gli artisti della sua gloriosa terra. Veneziani 
infatti sembrano coloro che per lui elevarono sui ciclopici 
resti del foro d' x\ugusto quel prodigio di leggiadria che è 
la casa e la loggia del Priorato dei Cavalieri di Eodi. Così 
l' austero busto marmoreo di Paolo II, appartenente al Pa- 
lazzo di Venezia, dopo essere stato attribuito a Mino da 
Fiesole, a Mino del Reame, a Giovanni di Sicilia, si assegna 
oggi di nuovo a Bartolomeo Bellano, il maggiore degli scul- 
tori padovani del gruppo donatellesco, tornando, per tal 
modo, alla vecchia testimonianza del Vasari, il quale al Bel- 
lano assegna pure uno stemma di Paolo II. Finalmente, nel 
14G8, s' incontra, tra gli scultori del Palazzo, maestro Alberto 
da Venezia. 

Lungo e inutile ripetere qui, sia pure in riassunto, la 
storia dei lavori che condussero in seguito Palazzo e Palaz- 
zetto alle dimensioni e all' aspetto attuali. 

Ognuno imo agevolmente vedere come a nord il primo 



— 20 — 

grande corpo del Palazzo si arresti dove oggi è l' ingresso 
principale e ne segua, verso ovest, un altro costrutto più 
tardi. 

Più varie e infelici furono le sorti del Giardino di San 
Marco. Nella loggia superiore desso, Paolo III per sostituire 
le volte ai soffitti, chiuse le ampie finestre che guardavano 
all' esterno e gli archi che guardavano all' interno. Indi, alla 
metà del secolo XVII, essendo stato 1' edificio da un violento 
terremoto abbattuto in parte, fu restaurato con nuove alte- 
razioni. Così otturati gli aerei loggiati e convertiti in locali 
d'uso, il Giardino di San Marco diventò... il Paìazzetto di 
Yen ezia ! 

Poi, nel 1810, nata V idea di demolirlo per far largo a una 
piazza alberata, gli artisti insorsero protestando, sì che Na- 
poleone desistette dal progetto, e, quasi per ammenda, lo 
destinò, insieme al Palazzo, a sede dell' Accademia di Belle 
Arti del Eegno Italico. 

Ma, purtroppo, cent'anni dopo, la piazza s'impose e il 
Paìazzetto cedette alla sua sorte ! L' averlo ricostruito poco 
lungi attenua il danno, ma danno fu l' averlo estirpato dal 
suo luogo e rifatto con pianta e proporzioni alquanto diverse, 
non risparmiando in posto nemmeno il lato settentrionale che 
potevasi salvare e mutare in una magnifica pubblica loggia: 
la Loggia di Venezia. 

Ora non più il Paìazzetto ripiegato con varietà di linee 
a pie della greve torre ; non più a sinistra la magnifica 
mole del Palazzo Torlonia dovuta a Carlo Fontana ; non più. 
dietro e in mezzo, la vista della superba torre di Paolo III. 

Tutto è scomparso per far posto al monumento a Vittorio 
Emanuele e fargli largo intorno. 



In piccola parte del Palazzo, presso la chiesa, abitarono 
i titolari di San Marco; in tutto il re>to (specie d'estate 
quando crede vasi la regione di San Pietro battuta dalle 
febbri) diversi papi e i loro famigliari. 



— 21 — 

Talora fu anche destinato per alloggio o per ricevimento 
d'alti personaggi. Vi abitò per due volte Carlo Vili, quando 
passò muovendo alla conquista del regno di Napoli e quando 
ne tornò. Il suo stemma, dipinto allora sulla facciata, venne 
poi crivellato da colpi di moschetto durante il terribile sacco 
del 1527. Vi fu in seguito anche Carlo V. Finalmente Pio 
IV, dopo avervi ricevuto gli ambasciatori d' Inghilterra, che 
venivano a prestargli obbedienza da parte della loro regina 
e del Eeguo, offerse il Palazzo alla Serenissima Repubblica 
di Venezia, nel 1564,, perchè servisse di dimora ai suoi am- 
basciatori, onde, i>iù tardi, Sisto V ebbe in compenso il 
Palazzo Gritti che la Repubblica donò quale residenza del 
nunzio pontifìcio in Venezia. Tali avvenimenti furono cele- 
brati in due dipinti che si veggono ancora nel Palazzo. 

Il possesso veneziano del Palazzo stesso, dall' ambascieria 
di Giacomo Soranzo a quella di Pietro Pesaro, fu lungo, ma 
non sempre calmo, e nemmeno continuo. E noto quel che 
avvenne, dopoché Paolo V ebbe scomunicata Venezia per i 
suoi decreti sulle edificazioni delle chiese, sui loro beni e sul 
privilegio del foro ecclesiastico che voleva abolito. 

i^iuite le dispute, risoluto il conflitto, seguita la pacifi- 
cazione, Venezia vi rimise i suoi ambasciatori, i quali 1' abi- 
tarono sino a quando essa e il suo dominio caddero trista- 
mente in ])otere dell'Austria. 

Dal 25 agosto 1916 il Palazzo di Venezia appartiene 
all' Italia ! 



È stato notato dal Gnoli che il Palazzo, pel tempo in 
cui fu costrutto, « segna il principio di un'epoca nuova nella 
storia di Roma monumentale e che nella do])pia sovrapi)Osta 
loggia del gran cortile s'incontra per la prima volta, nella 
storia dell' architettura italiana, la logica applicazione dei 
pilastri con mezze colonne dorico-toscane. » Per queste e 
per altre osservazioni, di natura tecnica, Giuseppe Sacconi, 
Ettore Bernich, Domenico Gnoli, GiusejJije Zippel, ossia ar- 



chitetti e dotti, hanno pensato che l' ideatore del magnifico 
insieme (Palazzo e Griardino) sia stato Leon Battista Alberti. 

« Quest'architettura, ha scritto ilGnoli, di forme classiche 
e a forti rilievi, fa pensare a Leon Battista Alberti, che 
aveva studiato e misurato gli avanzi degli antichi edifizi e 
che appunto in quegli anni era in Roma. » E o Zippel: « Chi 
dominò incontrastato signore dell' arte di edificare nella Eoma 
di Eugenio IV e di Nicolò V fu il gran Leon Battista Al- 
berti... Negli anni appunto che il Barbo meditava la rico- 
struzione del quartiere di San Marco, il dottissimo fiorentino 
componeva e pubblicava queir insigne opera De re aedifìcato- 
ria che fu il primo trattato di architettura dell' età moderna, 
e divenne il codice degli artefici che edificarono nelF età ])iti 
splendida dell' architettura. Possiamo noi credere che il Car- 
dinale di Venezia, sommamente diletto da papa Nicolò, col 
quale ebbe comime l'amore dell'arte e l'entusiasmo per i 
grandi progetti edilizi, non ricorresse alla dottrina e all' opera 
del principe degli architetti di Eoma, così come Nicolò V 
si ispirò senza dubbio ai suoi precetti e disegni nel concepire 
e promuovere quel superbo piano di trasformazione del San 
Pietro, del Vaticano e di tutta la città leonina? E quindi 
assai probabile, a parer nostro, che a Leon Battista Alberti 
spetti una parte assai rilevante così nel promuovere e incitare 
le ambizioni edilizie del Barbo, come nel tradurle in forme 
d' arte. » 

Ma ecco, contro queste autorevoli opinioni, prodotto di 
un largo e concettoso esame del monumento, pullulare tutta 
una serie di piccole proposte, anzi di affermazioni intese ad 
accreditare, come ideatori d' esso, diversi architetti che evi- 
dentemente nuir altro furono che esecutori di piani altrui. 

Negata, ragionevolmente, fede al Vasari che dice autore 
della chiesa e del Palazzo Giuliano da Maiano e autore del 
cortile e delle scale il Bellano, escluso Bernardo di Lorenzo 
nominato dal Marini e che pure partecipò a lavori, non 
tenuto conto di Giacomo da Pietrasanta che è come il can- 
didato del Miintz al glorioso merito, negletti non so quanti 



— 23 — 

altri, come Manfredo d' Antonio da Como, Andrea d' Arsoli, 
Antonio da Gonzaga, Domenico di Francesco, Giovanni di 
Pietro Dolci, Giuliano da Sangallo, Meo del Caprino ecc; 
oggi i due nomi contrapposti all'Alberti sono Francesco da 
Borgo San Sepolcro e Nuccio Easi da Narni. 

Nuccio Rasi da Narni appare nei lavori del Palazzo un 
buon decennio dopo eh' essi erano cominciati, e v' appare 
come imprenditore insieme a Manfredo comasco, ad Andrea da 
Arsoli, ad Antonio da Gonzaga. Essi accettano d' eseguir vari 
lavori con la « misura che li sarà data di grossezza, altezza 
et larghezza » e in « luogo che loro sarà mostrato. » E lecito, 
domandiamo, designare, per questo, Nuccio come autore di 
quel maraviglioso edificio dal quale prorompe tutta una 
nuova vita artistica e tutta una serie di nuovi aspetti ar- 
chitettonici, accolti presto in una folla di altre costruzioni 
elevate, subito dopo, in Eoma e fuori? 

L'altro è Francesco da Borgo San Sepolcro, e convien 
riconoscere con lo Zippel che non solo non si può « accettare 
l' opinione comune che lo considera niente di più di un sem- 
plice amministratore dell'impreca edilizia», ma che si deve 
invece ritenere « uno dei tanti artisti che oscuramente la- 
vorarono a preparar il glorioso meriggio dell' arte italiana. » 

Certo nei lavori del Palazzo ei dovette portare, oltre 
che la sua esperienza d' amministratore, anche il suo gusto 
d' artista ; ma che le sue funzioni fossero quelle d' architetto 
esecutore, sia quanto si vuole ingeniosissimus, emana da 
tutte le testimonianze. Gaspare da Verona, alludendo al 
Palazzo, scrive: « Cui quidem aedifìcio architectiis ingeniosis- 
simus Franciscns Burgensis praefectus est », e altrove: « huius- 
modi operihus praeerat. » Sovrintendente dunque, e non 
ideatore! E così appare nello stesso contratto per la fabbrica 
ch'egli stipula per delegazione del papa, e dove, anziché 
architetto, è chiamato « scriptore hullarimi ». Del resto le 
molteplici cose eh' egli fece hanno già descritto Girolamo 
Mancini e lo Zippel riassumendo notizie e documenti. Che 
se anche egli concepì ed esegui le scale d' accesso alla ba- 



— '24: — 

silica (li San Pietro, come ha provato Bartolomeo ^Nofiara^ 
eh via! nou trovoremo che basti per proclamarlo ideatore 
di un complesso d'edifici come il ])ortico della chiesa, il Pa- 
lazzo e il Giardino di San Marco! 

Tanto r insieme architettonico del Palazzo e del portico 
di San Marco come alcune singole membra, tanto il concetto 
del Giardino come diversi motivi decorativi, tutta insomma 
la mole, guardata nel complesso e guardata nei particolari, 
rileva in chi l'ideò, l' innovatore: l'uomo, in altre parole, 
che si era fatto un concetto tutto suo, frutto di lunghi studi, 
non solo artistici ma anche storici e letterari ; l' umanista, 
che dell'antichità aveva penetrato non solo le forme, ma 
anche il sentimento. E queir uomo, in queir ora e in quel 
luogo, non poteva essere che Leon Battista Alberti. 

Lo Zippel ha scritto : « Che egli godesse la intimità del 
nipote favorito di jjapa Eugenio, non è possibile dubitare. 
Leon Battista seguì costantemente la curia pontificia sotto 
Eugenio IV nel tempo delle sue peregrinazioni a Firenze, 
a Bologna, a Ferrara, a Siena quando il Barbo già appar- 
teneva alla famiglia papale. » Enoch d Ascoli, diligente ricer- 
catore di codici, scrivendo nel 1451 dalla Danimarca all'Al- 
berti, l'incaricava di raccomandarlo ai cardinali Prospero 
Colonna e Pietro Barbo, ciò che (osserva il Mancini) rivela 
una « particolare relazione. » 

Che poi la ricerca, nei documenti, del nome di Battista 
possa talora riuscir vana, si comprende agevolmente. 

L' Alberti (è cosa più che provata) non si occupava del- 
l' esecuzione dei lavori per cui dava pareri o disegni. Egli 
stesso ha dichiarato : « E a bastanza dare il fidato consiglio 
et disegno a chi te ne ricerca. » 

Il Vasari, infatti, racconta che Nicolò V per diversi lavori 
si valse di lui e del Eossellino, del jjarere r/e//' ?fno, coli' ese- 
guire deir altro. Silvano Eazzi soggiunge: « Disegnando Leon 
Battista, e Bernardo Rossellino eseguendo». E, naturalmente, 
perchè i documenti riguardano l' esecuzione dei lavori, in 
essi non si legge che il nome del Rossellino. 



— Uo — 

Quando si trovò la notizia dell' intervento di Griovanni 
di Bettino nella costruzione della facciata di S. Maria No- 
vella, la si volle togliere all' Alberti, cui fu riconosciuta da 
capo per un esame più acuto della testimonianza di frate 
Giovanni di Carlo. 

Del pari, mentre non fu dell' Alberti l' esecuzione della 
tribuna dell' Annunziata in Firenze (certamente ideata da 
lui), per le chiese di S. Sebastiano e di S. Andrea di Man- 
tova, architetto-esecutore risulta Luca Fancelli che si tenne 
ai disegni albertiani, così come ci si tenue Matteo de' Pasti 
edificando l' involucro marmoreo del Tempio Malatestiano di 
Eimini. L' Alberti, insomma, come più tardi in cose d' ar- 
chitettura Raffaello, fu una specie di consulente artistico, e 
di tale autorità che a lui ricorrevano, per consigli e progetti, 
papi e prìncipi d' ogni parte d' Italia. 

Di fronte* alle magnifiche «novità classiche» che si ri- 
scontrano nel Palazzo di Venezia e al palese studio dell' an- 
tico, noi ricordiamo le parole di lui : « Restavauci gli esempi 
delle cose antiche ancora ne' templi e nei teatri, da le quali 
come da perfetti maestri si potevano imparare molte cose, 
ma io le vedeva non senza mie lacrime consumarsi di giorno 
in giorno. » E ancora : « Non era cosa alcuna, in alcun luogo 
delle opere antiche, dove risplendesse alcuna lode, che io 
non andassi investigando, se io da essa non potessi imparare 
cosa alcuna. Andava dunque investigando, considerando, 
misurando e disegnando con pittura ogni cosa. » 

L' Alberti, ammirati i cassettoni della vòlta del Pantheon, 
dice : « Io gli ho usati di fare in questo modo con poca 
fatica et con poca spesa », e noi li troviamo nell' entrata 
a levante del Pal-azzo di Venezia! L'Alberti, nelle sue ar- 
chitetture certe, mostra di prediligere le colonne in sporgenza, 
tagliate sul diametro anziché a due terzi (com' era ed è più 
comune), e nel famoso cortile del Palazzo le vediamo tagliate 
sul diametro. Il Giardino appare tutto cinto di loggie, e 
l'Alberti scrive che intorno ai giardini dovevano correre dei 



— 26 — 

portici, perchè « 1' ospite potesse cercare secondo l' ora e la 
stagione, nell' uno o nell' altro lato, il refrigerio dell' ombra. » 

Neil ! camera destinata al riposo di Pietro Barbo, si 
veggono rappresentate diverse fontane, e Leon Battista di- 
chiara curiosamente : « A coloro che hanno la febbre giova 
grandissimamente il veder dipinte fontane... del che si può 
fare esperienza, se alcuno talvolta non potrà nella notte 
dormire, per la fantasia di alcune limpidissime acque... si 
inhumidirà subito quella siccità dello star desto, et ne verrà 
il sonno tanto che si addormenterà dolcissimamente ! » 

Nel suo complesso, dunque, e in diversi particolari, anche 
i più strani (come quello delle fonti), il Palazzo rispecchia 
le idee dell' Alberti, le sue massime, i suoi suggerimenti. Noi, 
perciò, ascoltiamo la voce che viene dal prodigioso edificio 
sórto nel mezzo di Roma, come rivendicatore della grandezza 
architettonica romana di contro alle esili fantasie gotiche. 

Mentre i conti della fabbrica corrono dietro a soprastanti 
a muratori, a marmorari, a carpentieri, esso ci testimonia 
del genio di chi l'ideò. 



BIBLIOGRAFIA 



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Corriere d' Italia di Eoma, dell' 8 ottobre 1916. 
•Corrado Ricci, Il Palazzo di Vetiezia, ne La Lettura, XVI, n. 10 (Milano, ottobre 

1916). 



L' APPARTAMENTO BORGIA 



L' 11 agosto 1492 Eodrigo Borgia uscì papa dal con- 
clave raccoltosi alla morte d'Innocenzo Vili e prese il nome 
d'Alessandro VI. Aveva oltrepassati da poco i sessant'anni 
sì che, come papa, non poteva dirsi vecchio ; ma egli sapeva 
troppo bene che a' suoi tempi le ragioni per raggiungere 
presto il regno dei cieli non consistevano tutte nell' età e 
nei malanni naturali! Volle, perciò, che le opere da lui de- 
siderate cominciassero subito e procedessero spedite. 

Nipote di Callisto III e cardinale a venticinque anni, 
egli si trovò presto ad aver quelle ricchezze che gli diedero 
modo di soddisfare la sua brama di godimenti molto ter- 
reni, e anche di appagare il suo temperamento spagnuolo 
che lo portava al lusso. E potè liberamente darsi a quei 
piaceri e a questo lusso, per così dire, col beneplacito del 
mondo ecclesiastico, perchè già prima di salire al soglio 
pontifìcio aveva fatto spreco d'ogni dignità, ciò che ben 
risulta dai rimproveri rivoltigli da Pio II per le orgie di 
Siena ! L' ira contro di lui si sollevò solo piti tardi provo- 
cata, più che da' suoi vizi, dai delitti del figlio Cesare. I 
quali, benché non voluti da lui (anzi compiuti talora con 
estremo suo dolore) gli procurarono più odio che non le sue 
vere colpe e quei vizi che resero la sua vita dissoluta e 
immorale. Le vittime di Cesare offuscarono insomma la 
fama di Alessandro più che i suoi amori per Vannozza e per 
Giulia Farnese. 

Alessandro, quindi, appena entrato in Vaticano, volle 
prepararsi un suo appartamento, mirabile per lusso ; ricco, 
cioè, di pitture, di rilievi, di dorature, di marmi, di maioliche, 



di mobili, di stoffe ; ricco senza che un palmo di vòlta o di 
parete restasse libero e calmo. L'occhio e la mente non 
dovevano trovar riposo. Nella più piccola lacuna il pensiero 
poteva fermarsi e lasciar posto a rimorsi o ricordi penosi. 
Perciò tutto doveva essere splendore e gaiezza. 

Ed egli chiamò l'artista che meglio, sino allora, aveva 
dato prova di saper comi)reudere la sua indole e soddisfare 
ai suoi desideri : Bernardino di Betto, detto il Pintoricchio 
piccola e grama creatura ; di debole udito, ond' era detto 
talora anche il Sordicchio, spesso infermiccio, e che pur la- 
vorò tutta la vita indefessamente per far lieta la vita al- 
trui e per finire tra le granfie d'una abominevole moglie 
trascinante V adulterio pel mercato di Siena. 

Quand' egli fu chiamato da papa Borgia, aveva già lavo- 
rato in Roma nella Cappella Sistina col Perugino, poi nel 
Palazzo dei Penitenzieri, ed eseguiti gli affreschi della Cap- 
pella Bufalini nella chiesa d' Aracoeli, e decorato il Belve- 
dere di Vaticano e diverse cappelle di S. Maria del Popolo. 
Era quindi in gran voga di decoratore anche perchè, se non 
era stato il primo ad usare i grotteschi, era però colui che 
li aveva accolti con maggior entusiasmo dando loro mag- 
giore abbondanza, varietà e vivacità. Dapprima limitò 
le sue ornamentazioni al chiaroscuro de' bassorilievi; poi, 
man mano che nel fervore degli scavi si scoprivano deco- 
razioni pittoriche antiche, prese coraggio e si abbandonò a 
un grande tripudio di colori e di dorature. 

Ciò che fu allora la febbre di ricerca e d' imitazione di 
tali aspetti fantastici, misti di forme animali e vegetali, varii 
di una policromia strana e gioiosa, non si descrive. Le la- 
tebre della Domus aurea ritenute le terme di Tito ed altri 
monumenti interrati furono invasi da un formicolìo di pit- 
tori che vi si trascinavano carponi, che rischiaravano le 
decorazioni da copiare con fiaccole e candele, che uscivano 
lerci, storditi e stanchi dal lavoro. E poiché quelle stanze 
sepolte erau chiamate grotte, gli ornamenti furon detti grot- 



teschi ; e dal balzar di sotterra pallido come un risorto, Lo- 
renzo Luzo fu detto il Morto da Feltro. 

Che il Pintoricchio fosse un ragguardevole pittore di fi- 
gura basterebbe a provarlo la tavola di Sanseverino ; ma 
egli, senza naturalmente ricordar Leonardo, fu ben lungi 
dalla forza del Signorelli, dal sentimento del Perugino, dalla 
potenza del Mantegna, dall'idealità di Giovanni Bellini, 
dalla grazia del Botticelli, dalla sicurezza del Ghirlandaio. 
Fu anzi inferiore a molti altri, ed è chiaro che non sarebbe 
stato ricercato dai principi come fu, ne avrebbe raccolta 
tanta celebrità, se non avesse riunite in sommo grado le 
qualità del decoratore. A lui piacque riprodurre le folle nel 
loro tumulto d' aspetti e di tinte, forse perchè si riconobbe 
«enza qualità d'indagine per le singole forme, senza pene- 
trazione dei singoli caratteri, senza intuizione dei sentimenti. 
Ricco invece, come artista, di facoltà esteriori, quali l' ele- 
ganza e il brio, seppe creare un' arte i^iena di dOetto e di 
magnificenza; un' arte che osiamo chiamare cortigiana : un' arte 
insomma, che sotto la dovizia delle fulgide vesti celò poco 
cuore. E fu, perciò, accetto a' suoi prìncipi! 



Quando Rodrigo Borgia diventò papa, il Pintoricchio si 
trovava a dipingere nel Duomo d' Orvieto ; ma poi, avendo 
egli là sollevato litigio con 1' Opera, se n' era tornato a Roma, 
e fu così che potè mettersi subito a disposizione d' Alessandro. 
Coiàinciò infatti la decorazione dell' Appartamento nel no- 
vembre del 1492, e (riparando sotto la protezione del papa 
quando gli Orvietani tempestarono per riaverlo a compiere 
gli affreschi iniziati nel loro Duomo) potè finirla col finire 
del 1494. Ora chi guardi l' immenso lavoro dell' Apparta- 
mento Borgia non potrà che sorprendersi che tutto fosse fatto 
in circa due anni! 

Ma il Pintoricchio per far ciò aveva raccolto intorno a 
sé unafolla di aiuti, che se anche la critica ha creduto distinti- 
..guere pel vario modo di dipingere, non ha però mai identificati 



— 34 — 

con certezza, salvo uno che noi potemmo indicare e nomi- 
nare. 

L'opera, quindi, esaminata a parte a parte, mostra una gran- 
de diversità di scuole e di « valori », mostra in altre parole 
tratti d' artisti buoni e mediocri, derivati dal Perugino e 
derivati dal Signorelli, e d' altri ancora venuti dalla To- 
scana e fors' anche di più lontano- L' insieme, però, risultò 
armonico perchè un solo cervello ideò tutto e presiedette al 
lavoro, guidando le mani degli esecutori, ripassando sui di- 
pinti dov' era necessario per equilibrarli col resto, mettendo 
d' accordo sentimenti e maniere. E forse questa indispensabile 
fatica del Pintoricchio, mentre tolse al lavoro di parecchi 
artisti quel tanto di personalità che poteva guidare la critica 
nel riconoscimento, procurò allo spirito ideatore e animatore 
di lui il merito intero e la fama del lavoro. 



Gli ambienti decorati allora furono cinque, e noi accet- 
teremo per essi i titoli recentemente dati dai signori Ehrle 
e Stevenson: sala dei Misteri, sala dei Santi, sala delle 
Arti liberali, sala del Credo e sala delle Sibille- Il Pinto- 
ricchio lavorò di sua mano abbastanza nella prima, molto 
nella seconda, pochissimo nella terza e nidla nelle ultime 
due. Tutto però, ripetiamo, concejH e diresse. 

La sala dei Misteri è attraversata in mezzo da un grande 
arco che la divide in due crociere rettangolari le quali for- 
mano quattro lunette e due lunettoni. In uno di questi, di 
fronte alla finestra, la decorazione simula altre due lunette 
nel cui peduccio sta un angelo, reggente con le mani alzate 
una ghirlanda con lo stemma Borgia e Doms, partito al 
primo a un bue passante, al secondo fasciato d' oro e di 
azzurro. 

Le pareti sono decorate a larghe fascio, con greche e 
fogliami dorati, intorno a spazi verdi, pure arabescati d'oro, 
dove si veggono simulate tante nicchie marmoree con dentro 
oggetti e suppellettili sacre : vasi, piatti, un triregno, un 



— 35 — 

cofano, un campanello. Dalla cornice in su, in questa e nelle 
altre sale, la pittura si anima di stucchi e di cartapeste, 
ritraenti in tutti i modi le imprese araldiche dei Borgia, 
tra ghirlande e tabernacoli; e fiocca sopra ogni cosa come 
una nevicata d' auree falde fatta con palline di cera premute, 
schiacciate e dorate. 

In ciascuna delle vele d'imposta vedasi un disco con le 
mezze figure, assai malandate, di Sophonias, Hieretnias, loel, 
Micheas. Malachias, Salomon, Isaias e David, opera d' un umbro 
che sembra seguire Fiorenzo di Lorenzo, o meglio Antonazzo 
Romano. Degli affreschi, poi, che decorano gli spazi centi- 
nati soltanto due sono da ritenersi del maestro. Non V An- 
nunciazione, che pur rivelando caratteri umbri, non è sua, e 
nemmeno di un lombardo come parve a taluno, che lom- 
bardo, per quel tempo, significherebbe seguace del Foppa.. 
Infatti lo stesso pittore nel vicino Presepio s' attiene a 
motivi esclusivamente umbri e ricorda del pari il Presepio 
del Pintoricchio in S. Maria del Popolo, come i Presepi 
dovuti al Perugino nella sala del Cambio a Perugia e nella 
tavola di villa Albani. Oert'aria toscaneggiaute ha invece 
r Adorazione dei Magi, forse di qualche artista fattosi, poco più 
di un decennio prima, come aiuto dei grandi maestri che de- 
coravano la Sistina. Jj' Ascenzioné, poi. e la Vemita dello Spi- 
rito Santo si mostrano d'un' altra mano. Volti giovanili dal 
mento appuntito, vecchi sepolti in un afifagottamento di 
pieghe rigonfie e pesanti, mani e piedi dalle dita slogate e 
nocchiose : aspetti^ insomma, piuttosto rozzi e villani, non 
del tutto però privi di certa solennità e grandiosità attinte 
certo a quel sublime maestro, a sua volta, però, rozzo e vil- 
lano, che fu Luca Signorelli. 

Ma se anche il Pintoricchio fornì disegni e consigli agli 
esecutori dei soggetti ricordati, la sua mano per vero non si 
applicò che all' Assunzione della Vergine e alla Risurrezione 
di Gesù. 

Nelle figure di san Giacomo e di Maria che sale al cielo 
tra gli angeli, a noi sembra di scorgere i tratti pittorici 



— 36 — 

d' Antonio del Massaro da Viterbo detto il Pastura, di cui 
parleremo y)iù avanti ; ma certo del Pintoriccbio è la figura 
d'uomo adulto' e sbarbato, coi capelli umidi, lisci e spioventi, 
tutto chiuso nella veste rossa, a mani giunte, inginocchiato 
a destra del sepolcro. Si è detto e si è negato che rappre- 
senti Francesco Borgia figlio di Callisto III, tesoriere papale! 

Ma veniamo al capolavoro della sala, anzi di tutte le 
sale dell' Appartamento Borgia, ossia alla Risurrezione di 
Gesìi ove da togliersi al maestro è forse soltanto la figura 
del Cristo, pesante e dura come le cose d' Antonazzo Ro- 
mano. Le altre figure, belle artisticamente, e iconografica- 
mente molto interessanti, sono del Pintoriccbio. Del resto 
anche l' importanza dei soggetti (Alessandro VI e i suoi figli) 
era tale da non permettere altro intervento che il suo. Il 
papa inginocchiato e rivolto verso destra adora il sepolcro 
scoperchiato. Il suo manto di broccato d' oro è tutto cinto 
da un largo bordo tempestato di perle e di gemme; d'in- 
nanzi, in terra, stanno il triregno e l' infula. Tiene giunte 
le mani, chiuse in guanti d'una pelle così tenue da lasciar 
palese la forma delle dita affusolate, e dimostrarle, non le 
solite mani « di pratica », ma ritratte dal vero come la 
testa cicciosa, col grigio della barba e dei capelli rasi, il 
naso adunco e le labbra tumide, davvero rivelanti il carattere 
salace dell'uomo. Ed è pure da notarsi come il mirabile 
volto, mostrandosi illuminato dal basso all'alto, induca a 
pensare che il papa in persona salisse sul ponte e « posasse » 
davanti all' artista. 

Ma ritratti si rivelano ' pure dal tipo, dal costume, dalla 
grazia, dalla grande giovinezza, le tre figure maschili che nella 
rappresentazione sostituiscono i soliti rudi e fieri soldati, 
avvinazzati, accovacciati, agitati dall'improvviso risveglio 
intorno al sarcofago del Risorto. Presso ad Alessandro VI 
vivevano infatti allora, oltre a Lucrezia, proprio tre dei 
quattro maschi, dei quali Vannozza Catanei l' aveva fatto 
padre. Ma vedremo ora come anche Pier Luigi, che gli era 
morto fanciullo da circa cinque anni, abbia trovato posto 




AlK^SAM>I:<» \ I. Kh.l. riNlORICCHIO 



— 37 — 

nel dipinto in un modo strano, passato sempre inavver- 
tito. 

Il giovine più a destra vestito di rosso e di turcliiiio (i 
colori araldici borgiani) dimostra circa vent' anni, 1' età che 
allora contava veramente Giovanni, il quale, come si sa, 
appena quattro anni dopo fu trucidato e gettato in Tevere ; 
l'altro, col ginocchio sinistro a terra, bell'adolescente circa 
diciottenne, dai lunglii capelli biondi, è Cesare. Il suo volto 
è dolce e sereno cliè non ancora sono scese su di lui le om- 
bre dei delitti. 

Ma la figura più strana è quella del biondo e gentile 
Jofrè allora dodicenne. Egli è tutto vestito di corazza, ma 
la lorica è infranta nel petto sopra il posto del cuore e den- 
tro appare l'iraagine di Pier Luigi, il quarto maschio d'A- 
lessandro, già allora morto, ma rimasto incancellabile nel- 
l'anima de] più gioviiKi dei superstiti! 



Giorgio Vasari ha scritto che il Pintoricchio ritrasse nel- 
l' Appartamenro «sopra la porta di una camera, la signora 
Giulia Farnese noi volto d' una nostra Donna e, nel mede- 
simo quadro, la testa d' esso papa Alessandro che 1' adora », 
ma ie parole del Vasari, che non corrispondono al vero, 
sono una delle tante prove di quanto la fantasia aveva in- 
grandite le colpe e l' audacia di quel papa. Certo Giulia Far- 
nese era stata l' amante sua sino a creargli una fanciulla, 
detta al battesimo Laura, e a non dolersi troppo della satira 
che la chiamava Sposa di Cristo ; ma né egli si fece ritrarre 
in atto d'adorarla, né fece ritrarre lei nelle sale vaticane 
in aspetto di Madonna. Perchè, mentre abbiamo veduto ch'egli 
nell'affresco adora Cristo che risorge, nella Madonna che 
si vede col Bambino in un tondo, nella sala dei Santi, 
non riusciamo a scorgere che il solito tipo della Madonna 
del Pintoricchio, tipo delicato e soave, ma di maniera. 

E come abbiam detto, la sala dei Santi è quella in cui 
il maestro lavorò di più, a cominciare dalla Visitazione, sog- 



— 38 — 

getto che meglio conveniva alla sala dei Misteri. Comunque, 
è bella in essa, i)ur tra il fasto dell' architettura, l' intimità 
familiare della scena, coi bambini e le giovani donne attente 
a lavori femminili : intimità che sembra dar maggiore rilievo 
alle sue figure centrali della Madonna e d" ;^llisabetta, che 
s' incontrano e si abbracciano. 

Più semplice èia vicina rappresentazione, con sant'An- 
tonio e san Paolo eremita nel deserto, fedele al motivo ico- 
nografico durato sino a Velasquez e dopo. I due santi soli- 
tari, seduti di contro l'erta rupe, si partiscono il pane re- 
cato loro dal corvo che già fende l' aria per rinselvarsi. 
Ma dietro a sant'Antonio, con allusione alle tentazioni, 
appaiono tre donne fiorenti di giovinezza, dal viso e dal 
gesto pieno di grazia e di seduzione. Solo, si guardi, dai 
capelli si sprigionano le corna e di sotto le gonne invece dei 
piedi si avanzano acuti artigli di falco ! 

La critica non voleva che le tre demoniesse e nemmeno 
i due santi severi fossero usciti dal blando pennello del Pin- 
toricchio, ma l'esame tecnico costringe ad assegnargli la 
interessante opera, assai meglio che T affresco esprimente il 
martirio di san Sebastiano, dove di suo non è forse che l' i- 
dea generale, ossia la buona e larga composizione. Il pittore 
o, forse meglio, i pittori che hanno lavorato qui rivelano 
caratteri perugineschi. Fra 1' altro, la figura del santo saet- 
tato deriva da quella dipinta a Cerqueto dal Perugino. Solo 
in disparte si vede una singolare figura di giannizzero seduto 
a terra, con le gambe incrociate; ma di costui riparleremo 
quando, fra poco, avremo occasione d' incontrarci con altri 
turchi ! 

Opera del maestro è tutto il resto delle pitture di questa 
sala, ossia la santa Susanna, la santa Barbara, la santa 
Caterina, e, nelle volte, le storie d' Osiride, d' Iside e d' Argo. 
Il giardino di Susanna, con le sue siepi di canne dorate e 
di rose, la magnifica fontana a tre vasche, e gli animali che 
stanno placidamente vagando sull' erba, ci mostra, non il 
giardino di Joachim in Babilonia, ma quello d' un ricco pa- 



— 39 — 

lazzo o d'una deliziosa villa del Rinascimento. E Susanna vi 
meriggiava tranquillamente sicura in attesa di gettarsi nella 
frescura delle acque, quando venne assalita dai due giudici del 
popolo che le strapparono le vesti di dosso, per presto denu- 
darla e soddisfare alle loro turpi voglie. L'atto evidente dei 
due vecchi sfata la novella che il Pintoricchio avesse dipinta 
nuda Susanna e che la veste turchina fosse aggiunta dox)0 ! 
Convien anzi riconoscere che il nostro pittore, di solito 
poco espressivo, ha saputo non solo dar vivacità alla 
scena, ma anche mettere nei volti senili certa avida salacità! 

Questa e le due rappresentazioni che seguono dimostrano 
intanto che Alessandro VI si compiaceva della bellezza e 
della giovinezza femminea anche se... santificata. Graziosa 
infatti è la figura di santa Barbara fuggente con le mani 
giunte, e con le vesti e i capelli svolazzanti. Non però pia- 
cevole neir insieme la composizione, a causa di quella greve 
torre che l' occupa per due terzi e la soffoca : torre che ha 
le tre finestre che la santa vi fece aprire per allusione alla 
Trinità, e la larga crepatura ond' ella miracolosamente fuggì. 
Singolare è uno dei piccoli episodi del fondo : il padre di 
Barbara chiede ad un pastore notizie della figliuola fuggita, 
e costui, per la sua delazione, già biancheggia, come il vi- 
cino gregge, per convertirsi in pietra. 

L' affresco piti vasto e in miglior luce e più ammirato 
della sala è però quello che rappresenta la Disputa di santa 
Caterina coi cinquanta filosofi raccolti dall'imperatore Mas- 
simino. Si è cercato il perchè di tale preferenza d'Alessandro 
VI per quella santa e, trovandosi che costei è nata in Ales- 
sandria, si è giuocato tra il nome della città e quello del 
papa! Ma noi pensiamo che, essendo santa Caterina protet- 
trice dei bastardi, ben aveva argomento il papa di racco- 
mandarle i suoi figli ! 

La popolosa scena si svolge di contro a una vallata, e 
presso a un grande arco di trionfo somigliante a quello di 
Costantino, che parecchi altri pittori misero, nella loro com- 
posizione, e tra essi il Perugino nella Consegna delle Chiavi. 



— 40 — 

Le ligure s'addensano in due vivaci gruppi laterali che vanno 
diradandosi verso il mezzo per lasciar il campo a poche fi- 
gure e su tutto alla santa e al sapiente che indica nel libro, 
retto da un leggiadro paggetto, il passo che la santa 
in quel momento discute. Il gruppo a destra, di pedoni, ca- 
valieri, un levriere sembra come esser di ritorno da una 
partita di caccia e arrestarsi improvviso dinanzi allo spet- 
tacolo della corte di Massimino, il quale, a sinistra, siede 
in trono, cinto da" suoi e attento a ciò che dice Caterina: 
veramente mirabile spettacolo di paesaggio, d' architetture, di 
costumi, di colori, destinato forse a ricordare ai posteri le 
grandi feste fatte poco prima per l' incoronazione d' Ales- 
sandro, del pari con fastosi cortei e con archi trionfali de- 
corati dalle imprese borgiane. 

Diverse cose di questo affresco hanno richiamata l'atten- 
zione degli storici e dei critici d' arte. 

Anzitutto diremo parerci giusta l'osservazione del vecchio 
Vasari sulla poca convenienza artistica dei rilievi posti dal 
Pintoricchio in questo, più ancora che nei vicini dipinti. 
« Avendo, egli dice, fatto in dette stanze una storia di santa 
Caterina, figurò gli archi di Roma di rilievo, e le figure di- 
pinte, di modo che essendo innanzi le figure e dietro i ca- 
samenti, vengono più innanzi le cose che diminuiscono, che 
quelle che secondo l' occhio crescono : eresia grandissima 
nella nostra arte. » E vero infatti che talora l' ombra degli 
editìzi in istucco copre parte delle figure che dovrebbero 
sembrare più avanzate nel piano e nella luce! 

Ma più di questa riflessione, degna del senno vasariano, 
interessano le diverse tigui-e orientali, che si veggono qui, 
già preannunziate dal Giannizzero seduto, contemplante il 
martirio di san Sebastiano, figure che come disse lo Seitz 
sembrano « balzate là da un altro mondo. » 

Infatti « balzate là da un altro mondo » sono, perchè 
il Pintoricchio, dipingendole, le tolse dai disegni che Gen- 
tile Bellini aveva fatto nella sua permanenza a Costanti- 
nopoli durata dallo scorcio del 1479 a quello del 1480. Sono 




I iiii>>ii:i. i>i:i.i 



— 41 — 

i disegni « di persone » che l' Angiolello già ricorda in 
principio del sec. XVI e che in originale o in copie si tro- 
vano ancora nel Britieh Museum, nel Louvre, e nell' Istituto 
Stàdel a Francoforte sul Meno. E il Pintoricchio non solo 
se ne valse per questi affreschi dell'Appartamento Borgia, 
ma anche per quelli della Libreria Piccolomini del Duomo 
di Siena. 

Non è improbabile che tali figure orientali contengano 
una specie d' allusione a qualche speciale personaggio turco, 
ma, fra le varie ed incerte congetture, V iconografia storica 
s' avvantaggia poco. Nella Disputa di santa Caterina noi ve- 
diamo, a destra, un turco a cavallo, un albanese a sinistra, 
e, presso alla santa, un altro turco di pieno prospetto. I 
critici dell' arte e gli storici, ricordando che allora trovavasi 
in Italia Djem detto Zizim, figlio di Maometto II, esule 
dal suo paese per aver tentato di carpire lo scettro ottomano 
a suo fratello Bajazet II, cercano qui la sua immagine, ma 
chi designa la figura a cavallo e chi la figura a piedi ! E non 
raccolgono maggior fede coloro che pensano che Lucrezia 
Borgia sia rappresentata dalla santa Caterina, perchè, certo, 
questa non ritrae una fanciulla d' appena tredici anni ! 



Alla sala dei Santi segue la sala delle Arti liberali, ed 
è in questa appunto che a noi è stato consentito di scor- 
gere e nominare uno dei collaboratori del Pintoricchio, anzi 
senz'altro, il maggiore de* suoi collaboratori. 

Argomento delle decorazioni sono dunque, in questa 
sala, il Trivio e il Quadrivio che costituivano il fondamento 
degli studi nel Medio-evo. Vi si veggono quindi le personi- 
ficazioni della Grammatica, della Eetorica, della Dialettica, 
dell'Astronomia, della Geometria, dell' Aritmetica e deliba 
Musica con analoghi istrumenti, simboli e figure di dotti e 
d' artisti antichi e mo^lerni. 

Lo stabilire, in un' opera di collaborazione, quale parte 
spetti ad un artista e quale ad un altro è assai difficile. Com' è 



— 42 — 

infatti, possibile dire dove s' arresti il pennello d' un pittore 
e si presenti quello d' un altro ? Gli artisti che operano 
insieme, oltre a derivare solitamente da una stessa scuola 
o da una stessa regione, ed essersi quindi già armonissati 
nel tipo e nel colore, quando stanno sopra lo stesso lavoro 
cercano naturalmente di fondere la varia fatica loro nelle 
stesse tonalità e nello stesso sentimento. Anzi, spesso, dov' è 
uno spirito predominante, tutti procurano di accostarsi e 
tenersi alla sua maniera, se pure egli non ripassa di sua 
mano e non concorda le^ diverse parti insieme. 

Però se un artista ha potuto agire con una certa libertà 
e una certa larghezza su ligure e gruppi interi, allora ine- 
vitabilmente la sua personalità non può spegnersi interamente 
e lampeggia a tratti, fugace, se si vuole, ma chiara e rive- 
latrice. E fu un attimo quello che ci mostrò la parte larga 
avuta, nella sala dei Misteri e in questa delle Arti liberali, 
da Antonio del Massaro da Viterbo detto il Pastura, perchè 
sicuramente sue (e oggi ne convengono tutti) sono nella 
prima la Venuta dello Spirito Santo e 1' Assunzione della Ver- 
gine, e nella seconda la Musica, la Retorica e 1' Astronomia. 
Il Venturi poi, che accolse l'opinione nostra, indicò come 
opere di Tiberio d'Assisi la Grammatica, la Geometria e 
V Aritmetica e come probabile lavoro di Jacopo detto l' In- 
daco la Dialettica. 

Nelle due ultime sale incluse nella torre, costrutta dal 
Borgia stesso appena papa, l' opera del Pintoricchio non 
appare più se non come concetto direttivo. Tutto vi si svolge 
ancora sulla scorta de' suoi intendimenti decorativi, ma la 
sua mano manca interamente. 

La sala del Credo ha nella volta eleganti motivi orna- 
mentali e le solite imprese borgiane, e in ciascuna lunetta 
due mezze ligure, l'una d' un Apostolo, l'altra d'un Profeta; 
e poiché « secondo una leggenda medioevale, il Credo venne 
composto dagli Apostoli prima che si separassero per evan- 
gelizzare il mondo, in tal maniera che ognuno ne scrivesse 
un articolo ; così ad ognuno fu attribuito il proprio versetto » 



— 43 — 

«he si legge nei nastri a grandi svolazzi. A noi sembra che 
in queste figure, come nelle Sibille (pur accoppiate agli Apo- 
stoli) che danno il nome alla seguente ed ultima sala, si 
scorga per molto la mano dell' artista che dipinse la Gram- 
matica, il quale, secondo il Venturi, sarebbe Tiberio d' As- 
sisi. Nella scelta delle Sibille, l'artista, o chi lo consigliò, 
« si lasciò dirigere da libriccini volgari, nei quali si de- 
scrive la figura e il vestiario di ciascuna, aggiungendo gli 
oracoli di esse accompagnati da un passo analogo di uno 
dei Profeti, ovvero tratto dal Nuovo Testamento. » L' artista 
« non inventò, ma copiò da questi libri le figure e le leg- 
gende delle banderuole. » 

Ma qui la vòlta è interessante perchè, oltre a soggetti 
di mitologia egiziana esaltanti il bue, impresa dei Borgia, 
così come nella volta della sala dei Santi le storie d' Osiride 
d' Iside, mostra come chiuse in tanti ottagoni popolose scene 
rappresentanti le azioni terrestri sotto le varie influenze astro- 
logiche. Vanno pel cielo i carri di Saturno, di Venere, di Mercu- 
rio, di Griove, di Diana, di Marte e d' Apollo rispettivamente ti- 
rati da draghi, da tori, da cervi, da aquile, da delfini, da due e da 
tre cavalli. In un altro ottagono si spazia una sfera armillare, 
segno dell' Astrologia. I segni dello Zodiaco appaiono tra le 
nubi, e, sotto, l'attività umana si svolge a seconda degl'in- 
flussi. Saturno con la falce protegge le opere di giustizia, 
di pietà e di amore alle quali presiedette dopo che Giano 
r ebbe accolto nel Lazio ; Venere, con Amore che scaglia il 
dardo, vigila diverse coppie d'amanti; ma Mercurio occupan- 
dosi dei soli studiosi trascura troppe altre cose affidate a lui! 
Sotto Giove passano i cacciatori col cane e il falco e, sotto 
la Luna, i pescatori. Marte contempla una battaglia e Apollo 
un placido consesso di « spiriti magni » . Infine sotto l' Astro- 
labio stanno discutendo geomanti e astrologi. L'autore di 
queste figurazioni è un seguace del Perugino. 



Che neir insieme 1' opera compiuta con l' unica direziono 
del Pintoricchio soddisfacesse pienamente Alessandro VI, è 



— Ap- 
provato dal fatto che costui gli fece, poco dopo, decorare 
altre camere « sul cortile di San , Pietro » con affreschi oggi 
perduti, e una sala nel torrione di Castel Sant'Angelo co- 
struito da Antonio da Sangallo per quel papa, e fatto de- 
molire da Urbano Vili. Crii artisti poi, che avevano arden- 
temente operato a tanto lavoro, raccogliendo i festosi metodi 
decorativi del maestro, si sparsero a dipingere per Eoma 
e per tutta la sua provincia, in chiese e case, lasciandovi 
opere solitamente assegnate al Pintoricchio, come tanti uc- 
celli, che, lasciata la quercia ove s'eran dati convegno, si 
fossero sbandati a cantar qua e là per alberi o cespugli, 
per colli o tetti! 

Ma poi tosto che l'astro dei Borgia si fu affondato in un lago 
di sangue, tra lo stridore delle imprecazioni, l'appartamento 
d' Alessandro fu subito abbandonato come un luogo maledetto. 
Tra gli sfregi e le iscrizioni fatte a punta di chiodo e di coltello, 
si trovano indicazioni d' anni del primo cinquecento, ciò che 
lascia supporre che fin d' allora le sale fossero divenute di- 
mora di servi o di soldati. Servirono poi, divise in tante 
celle, ai conclavi, e più tardi anche agli ufficiali minori di 
Palazzo, che vi stanziavano nella settimana santa. Solo nel 
1816 Pio VII le fece ristaurare... come si ristaurava a' suoi 
tempi, per collocarvi i quadri tornati di Francia in seguito 
al trattato di Vienna. Poi, Pio IX trovando le sale troppo 
scure, ne levò i quadri per mettervi la libreria lasciata dal 
cardinale Angelo Mai. E questa vi rimase sino al giorno in 
cui a Leone XIII parve che 1" Appartamento Borgia dovesse 
essere liberato da ogni ingombro, ristaurato, ripulito e so- 
lennemente aperto al pubblico, il che avvenne nel marzo 1897. 
Oggi tutto intorno è calma e sorriso. Ma noi pensiamo 
alle ore terribili in cui lo splendore delle volte dorate e le 
soavi immagini non valsero più a placare le ambascie d' Ales- 
sandro VI e le ire di Cesare Borgia che dalla torre costrutta 
dal padre dovè assistere alla rovina della propria fortuna. 
I suoi sogni di gloria dileguarono tutti. Eestano eterne le 
fantasie dell'arte. 



IL CHIOSTRO DELLA PACE 



Il chiostro di S. Maria della Pace in Eoma era stato, 
sempre e con sicurezza, assegnato al Bramii nte, quando al- 
cuni anni or sono la critica sollevò qualche dubbio trovando 
che l' esecuzione dei travertini era piuttosto rozza e che 
difficilmente il grande architetto avrebbe nella loggia supe- 
riore collocato le colonne in modo che gravassero sul mezzo 
degli archi inferiori, o, come si dice, in falso. D' altra parte 
r affermazione che si trattasse di opera del Bramante era 
stata fatta da quel Vasari che si ha il gusto matto di sco- 
prire, ad ogni costo, in errore. Questi, infatti aveva scritto, 
che il Bramante « misurò ciò che era a Tiboli ed alla villa 
Adriana, e... se ne servì assai. E scoperto in questo modo 
r animo di Bramante, il cardinale di Napoli (Oliviero Caraffa), 
datoli d' occhio, prese a favorirlo : donde Bramante segui- 
tando lo studio, essendo venuta voglia al cardinal detto di 
far rifare a' frati della Pace il chiostro di trevertino, ebbe 
il carico di questo chiostro. Per il che desiderando di acqui- 
stare e di gratuirsi molto quel cardinale, si messe all' opera 
con ogni industria e diligenzia, e prestamente e perfettamente 
la condusse al fine. Ed ancora che egli non fusse di tutta 
bellezza, gli diede grandissimo nome, per non essere in 
Roma molti che attendessino all'architettura con tanto amore, 
studio e prestezza quanto Bramante. » 

Ora, questa lunga e preziosa notizia è in ogni parte 
esatta. Oliviero Caraffa fece fare il chiòstro, e questo diede 
fama in Roma al Bramante, quantunque (e ciò mostra 1' acume 
di chi scrisse) « non fusse di tutta bellezza. » 

Certamente l' architetto urbinate s' era fatto gran nome 
in Milano e in Lombardia, ma da chi viveva in Roma poco 



— 4:8 — 

doveva esser conosciuto. Uno scultore od un pittore può, 
recandosi in un qualsiasi paese, portarsi dietro una qual- 
siasi opera sua; ma l'architetto no: e altro è guardar di- 
segni d' un edificio, altro contemplarlo costruito ! Anzi era 
uso comunissimo degli scultori e dei pittori, recandosi in 
città lontane e presentandosi a papi o imperatori o prin- 
cipi, far fede del loro valore con 1' offerta di qualche opera 
già eseguita. 

Il Bramante era venuto a Roma verso la fine del 1499, 
alla caduta, cioè, di Lodovico il Moro, per la quale anche 
Leonardo da Vinci se n' era andato da Milano. E noi cre- 
diamo col Vasari, che, come in Lombardia, le prime opere 
del maestro in Roma fossero di pittura. « Partitosi da Mi- 
lano — egli scrive — se ne venne a Roma innanzi lo anno 
santo del INID, dove conosciuto da alcuni suoi amici e del 
paese e lombardi, gli fu dato da dipignere a San Giovanni 
Laterano, sopra la porta Santa che s' apre per il Giubbileo 
un' arme di papa Alessandro VI lavorata in fresco, con an- 
geli e figure che la sostengono. » 

Poi gli fu concesso di rimettersi all' arte sua prediletta 
appunto per l' ordinazione del chiostro della Pace, il quale, 
essendosi incominciato nell'estate dell'anno 1500, è da con- 
siderarsi come la prima opera architettonica di lui in Roma, 
quella cioè destinata a dargli nome quantunque, ripetiamo, 
« non fusse di tutta bellezza. » Il tempietto di S. Pietro in 
Montorio fu infatti costruito nel 1502 e la serie de' suoi 
vasti lavori in Vaticano cominciata nel 1503. 

Il chiostro sul principio del 1504 era compiuto, sì che 
nel fregio tra la loggia inferiore e la superiore poteva in- 
cidersi : 

OLIVERIVS C.\RRAPH.\ KPS HOSTIENSIS CARD. NEAPOLITAN. 
PIE A FUNDAMENTIS EREXIT ANNO SALVTIS CRISTIANE MDIIII 
DEO OPT. MAX. ET DIVE MARIE VTRGINI GLORIOSE DEIPARE 
CAXONICIS QZ REGVLARIBVS CONGREGATIONIS r.ATERAN'ENSIS 



— 49 



Oliviero Caraffa, nato nel 1430, è considerato uno dei 
più nobili e autorevoli cardinali del suo tempo. Dotto e 
piacevole, prudente ed energico, ardito e conciliativo, fu ca- 
rissimo a Ferdinando re di Napoli, di cui incoronò la figlia 
Beatrice che andava sposa a Mattia Corvino. Ebbe la por- 
pora nel 1467, il che non gli tolse, tre anni dopo, di con- 
durre, come ammiraglio, contro i Turchi una flotta di quasi 
cento galere. Alessandro VI lo incluse poi fra i sei cardi- 
nali incaricati di proporre riforme nel clero. Prossimo in 
tre conclavi a divenir papa, fu vescovo di varie sedi; pro- 
tettore di ricche abazie e provveduto d' abbondanti benefizi, 
che rivolse in gran parte a vantaggio dell'arte, costruì un 
lato dell'abazia di Montevergine. la grande Confessione o 
succorpo del Duomo di Napoli e la cappella di S. Tommaso 
d' Aquino in S. Maria sopra Minerva in Eoma, che fece de- 
corare da Filippino Lippi. Eaccoglitore d' antichità, acquistò, 
fra l'altro, un gruppo con Ercole strozzante Gerione, che in- 
nalzò i)resso il suo palazzo. 

Sostenitore dei Canonici Regolari Lateranensi, oltre a 
edificare il chiostro della Pace, donò loro l' organo, gli arazzi 
per la chiesa, la sua biblioteca e una vigna fuori di Porta 
del Popolo. 

Il Burckhardt ha scritto che il chiostro della Pace segnò 
una rivoluzione costruttiva ; altri lo disse « originale in sommo 
grado»; altri ancora «ricco di innovazioni fortunate». Se 
ciò si fosse asserito pel tempietto di S. Pietro in Montorio, 
non avremmo parola in contrario ; ma pel chiostro della 
Pace non ci è possibile convenire. 

Quando il Bramante l'architettò, ossia pochissimi mesi 
dopo la sua venuta a Boma, egli non era ancora così pe- 
netrato dal sentimento dell'antichità da far cosa che si stac- 
casse in tutto dal passato. 



— 50 — 

Questo monumento per noi poco si toglie dalla prima 
maniera del Bramante, perocché, mentre le modanature 
sono ancor timide, non si può mettere in conto di no- 
vità ne l'aver architravata la loggia superiore, ne l'aver 
diviso in due vani lo spazio sovrapposto ad uno, impostando 
le colonne, come si è detto, in falso. I due motivi architet- 
tonici erano già stati usati dal Bramante : il primo, ad 
esempio, nella ponticella del Castello di Milano, il secondo, 
nella chiesa di S. Maria di Canepanova, nella sagrestia di 
S. Maria di 8. Satiro e nei cortili di S. Ambrogio a Milano. 

Lidea di mettere, sopra una loggia ad archi, un'altra 
loggia, sulle cui colonne o pOastri corresse il calmo cam- 
mino d' una linea orizzontale, era già, al tempo del Bramante, 
vecchia. Filippo Brunelleschi l'aveva adottata in quell'aerea 
maraviglia che è il chiostro grande di S. Croce a Firenze 
e sera poi diffusa anche per l'Emilia, come può ancora ve- 
dersi in Bologna nella palazzina della Viola, costrutta da 
Annibale Bentivoglio, e sino a Roma nel chiostro di S. 
Giovanni dei Genovesi, edificato nel 1481. 

Così era vecchio 1' altro motivo architettonico delle co- 
lonne gravanti sul sommo dell' arco sottoposto, motivo 
già applicato sull' ogiva, a Venezia, sin dal principio del 
secolo XV (Palazzo Ducale e Ca' d'Oro) e, come nel caso 
nostro, sull'arco a tutto sesto, a Bologna nel cortile del 
palazzo Isolani (1455), in un chiostro di S. Francesco (14 72), 
nel cortile del Palazzo Bevilacqua, costrutto nel 1482, e 
poco più tardi in una folla d'altri edifici. Sì che nell'alta 
Italia divenne comunissimo (fronte dell'Incoronata di Lodi, 
palazzo Bottigella a Pavia, cortili già Grumelli e già uel 
Tasso a Bergamo, chiostro delle Benedettine in via Leuta- 
rio a Milano, loggia laterale al Duomo di Cremona, cortile 
già Centori a Vercelli, ecc.), in edifici generalmente d'ispi- 
razione bramantesca, evidentissima poi nel chiostro di S. 
Abbondio a Cremona e nella canonica di S. Biagio a Mon- 
tepulciano dovuta ad Antonio da Sangallo il Vecchio. An- 
che raggiunse i confini dell' Italia meridionale, ma con qual- 



— si- 
che raro saggio nelle Marche (Palazzo Pubblico di Offida) 
e neir Abruzzo (cortile del pastello di Celano). 

Non è dunque il caso di celebrare il chiostro della Pace 
come una novità architettonica, e molto meno una rivoluzione; 
parole, invece, bene spese quando si parli del tempietto di 
S. Pietro in Montorio, romano nell'organismo, ossia dalla 
pianta alle dimensioni e alle disposizioni delle parti, romano 
nei particolari, ossia dalle basi alle cornici, dal fregio coi 
triglifi e le metope, a quelle mensole appena profilate, senza 
ornamenti di sorta, idealmente semplici, che poco diverse 
ei mise nel chiostro della Pace e che tanto piacquero a Eaf- 
faello, il quale le riprodusse nell'esterno della cupoletta 
della cappella Chigi in S. Maria del Popolo, e di quella di 
S. Eligio degli Orefici. 



Ecco le ragioni per le quali a noi sembra che il chiostro 
della Pace sia opera del Bramante non per anco piena- 
mente romanizzato ; e, se non più del Bramante lombardo, 
di un Bramante di transizione. D'altronde, che quella sia 
stata la prima architettura da lui fatta in Eoma, oggi è 
provato dai due preziosi documenti che il marchese Ales- 
sandro Ferrajoli ha trovati nell' archivio di S. Maria della 
Pace presso ai Canonici Regolari di S. Pietro in Vincoli 
(E, n. 39) e con rara gentilezza, donati a noi per la pubbli- 
cazione. Risulta dal primo d'essi che il 17 agosto del 1500 
Bartolomeo di Francesco d' Antonio da Fiesole, abitante in 
Roma nella regione di S. Eustachio, s'impegnò di eseguire 
per l'opera del Monastero pilastri e colonne di travertino 
con basi e capitelli « secondo la forma del disegno restato 
in mano de maestro Bramante architectore, le quali siano 
laudate et a piacimento de dicto maestro Bramante, » Anzi, 
« a dicto maestro Bramante » è riservato di aumentare la 
somma di pagamento, nel caso che « finite diete opere » 
tutto risulti di sua soddisfazione. L' atto è steso « in pre- 
sentia del prefato maestro Bramante. » 



01' 



Il secondo documento è di otto giorni dopo e fa fede 
che allo scalpellino tiesolano furono versati venti ducati a 
ragione di dieci carlini per ducato. 



Sia noto a cadiina persona ohe lejjferà la presente scriptiira corno 
maestro Bartolomeo do Francesco de Antonio habitatore de pre- 
sente ne la regione di 8. Eustachio in piaza de' Cavalieri scal- 
pellino s'è convenuto et à promisso a dono d. Jacobo da Cremona 
proposito di S. Maria de la Pace in nome del dicto convento de la- 
vorare et perftcere octo coione quadre de travertino de altezza- de 
palmi 15 et più palmi 6 cum soi capitelli bassi idest zonico de lar- 
gheza de palmi 2 per coIona et pilastro bene conducte et lavorate 
cum quattro legature per coIona in tato e per tuto secnndo la forma 
del disegno restato in mano de maestro Bramante architectore. Le 
quale siano laudate et a piacimento de dicto maestro Bramante: et 
conducte su la opera se à affare in dicto monasterio per tutto el 
mese de septembrio proximo futuro et tuto el lavorerio tivertino et 
altre cosse predicte a tute spesse del prefato maestro Bartolomeo: 
al quale per pretio et mercato de diete ooloiie et pilastri el prefato 
preposito nomine dicti monasterii à promesso pagare et expursare 
ducati octo de carlini per caduna coIona et pilastro lavorati al modo 
et secnndo lo iudicio ut supra: el quale proposito sua liberalitate à 
promisso che finite diete opere et pilastri, in caso che dicti pilastri 
et lavoro siano reducti a satisfacione del dicto maestro Bramante de 
donare al dicto maistro Bartholomeo da ducati tri in giuso tuto 
quello iudicarà maistro Bramante. Et in fede de tute le cosse pre- 
dicte è stata facta la presente scripta de voluntade de le parte pre- 
dicte. In presentia del prefato maistro Bramante, maistro Dominico 
de Paulo da Roma scalpellino et maistro Carlo da Bressa fabricatore. 
Anno d.ni 1500 die IT augusti. 

II. 

Dio XXV augusti 1500. 

la nomine Domini amen. In praesentia mei notarli etc. constitu- 
tus magister Bartholomeus Francis(5Ì de Fesulis florentinae dioceseos 
retroscriptus sponte etc. confessus fuit habuisse et recepisse et ita 
habuit et recepit in praesentia mei notarli ducatos viginti ad ratio- 
nem X carlenoruin prò ducato prò parte solutionis columnarum et 
operum retroscriptorum per eum promissorum in retroscripta cedula 
a ven.' et religioso viro Jo. .Iacol>o de Cremona ad praesens praepo- 



— 53 — 

sito ecclesine et monasteri beatae Mariae de Pace praesente {sic) etc; 
post quam quidem professioneiQ se bene quietum contentnm vocavit, 
etc. Etinsiiper adpraesens, ad requisitionem dicti magistri Bartbolomei, 
honorabilis vir uiagister Andreas Masii florentinus scarpelliniis de 
regione S. Eastachii (1) sponte tìdeiussit et se principaliter obliga- 
vit dicto fratri Jo. Jacobo praeposito praesenti quod praefatus ma- 
gister Bartholomeus adiinplebit omnia et singala per eum promissa 
in retroscripta cednla, alias teneri voluit ut principalìs etc. Pro qui- 
biis dicti Bartholomeus et Andreas obligaverunt in pleniore forma 
Camera e etc. 

Actum in dieta ecclesia Sanctae Mariae de Pace praesentibus 
Jacomino fìlio Henrici de Caesaris de Villalalada Bergomensis dio- 
ceseas sutore in platea S. Mariae rotnndae et Bartholomeo filio Mi- 
chaelis de Cerchiara dictae dioceseos textibus. 

Ita est ego Jo. Babt.'* PaluzcUi de Rubeis notarius de praemissis 
rogatus ni. a p». 



Mentre ci giungevano alle maui questi rari documenti 
destinati a derimere ogni dubbio intorno alla notizia vasa- 
riana piìi su riferita, monsignor Michele Faloci Pulignani 
c'inviava il dotto suo libro su I priori della cattedrale di 
Foligno (Perugia, 1914J, nel quale sono riassunti altri docu- 
menti relativi al grande architetto. E poiché si trovano in 
una pubblicazione, dove difficilmente si potrebbero sospet- 
tare, COSI crediamo bene riferirne qui, brevemente, il con- 
tenuto. 

Il lavoro della ricostruzione del Duomo di Foligno veniva, 
verso la fine del 1512, affidato a quel Cola di Matteuccio 
da Caprarola, il quale, quattro anni prima, aveva comin- 
ciata la Consolazione di Todi, divinissima chiesa, di puro 
spirito bramantesco, la quale, tra i monti e le valli, si e- 
leva al cielo come un inno lanciato da mille devote voci, 
che veramente nessuna architettura al mondo a noi sembra 
più armonica, anzi più melodica di quella ! 



(1) Per questo Andrea di Maso vedi V Allgenieines Lcxikon der bil- 
der^en Ki'mstler, voi. 1 (Lipsia, 1907,», p. 154. 



— 54 — 

Cola, dunque, si mise all'opera nel gennaio del 1513, e 
prima che 1' anno finisse, ei chiuse la vòlta d' uno dei 
bracci della chiesa tra l'esultanza generale « a suono di cam- 
pane, trombe, pifari e artigliaria. > 

Ma presto 

i lieti onof toriiiiro in tristi latti 

poiché appena due giorni dopo, detta vòlta precipita) « per 
difetto — si disse — delli maestri e per haverla spontel- 
lata troppo presto. » 

Cola, tra l' ira e la costernazione, imprecò contro coloro 
che r avevano costretto a disarmarla intempestivamente per 
per la smania di vederla, e contro la pioggia che tutto a- 
veva inzuppato. Però, placato l'animo, s'impegnò generosa- 
mente di rifar tutto a proprie spese. Il vecchio vescovo in- 
tervenne, rincorò, fece cospicue offerte e suggerì il modo di 
raccogliere nuovi quattrini col mantenere raddoppiate le 
tasse nel 1514 come lo erano state nel 1513. Volle inoltre 
che il bravo e addolorato Cola continuasse il lavoro, dispo- 
nendo però che fosse sentito in proposito il parere di imo 
o due peritissimi architetti. Cola confermò di voler soste- 
nere le spese per quanto riguardava il danno avvenuto, e 
accettò la sorveglianza di un architetto. E questo fu scelto 
nella persona del Bramante, a cercar del quale il Comune 
mandò un ser Eleazzaro o Legazario a Eoma. 

Il Bramante promise di recarsi a Foligno ; ma poi fu at- 
teso invano. Neil' adunanza del Consiglio, tenuta il 24 marzo 
1514. alcuni proposero d'aspettarlo ancora otto o dieci 
giorni; poi, se non fosse venuto, si cercasse un altro. Pre- 
valse invece l' opinione del consigliere Nallo che trovava inu- 
tile perdere altro tempo. E un altro infatti fu procuraio in 
Firenze : Baccio d' Agnolo. 

Ma il Bramante non era mancato ali" impegno per sua 
volontà. Ammalatosi, nel frattempo, a morte, l'il aprile spi- 
rava. 



LE TRADIZIONI POETICHE 
E LA SALA DELLA SEGNATURA 



« Eaffaello poeta » sarebbe uno studio interessante. Non 
però il petrarchista dei tre magri sonetti clie il Fernou pub- 
blicò per primo ; ma il poeta in accordo con l' artista che, 
mercè l'espressione pittorica, si congiunge ai signori del- 
l' altissimo canto e si fa interprete della poesia tradizionale. 
La Madonna del Granduca e la Madonna di San Sisto sono 
prova di ciò ch'ei valesse nel sentimento e basterebbero da 
sole a metterlo tra i grandi poeti. Come Leonardo da Vinci, 
come il Correggio egli seppe mostrare l' espressione dell' a- 
nima raggiungendo il più alto fine dell' arte. 

Ma oltre all' espressione dei volti, ossia all' espressione 
psicologica, la poesia si manifesta anche nella vastità del 
tema e nel concetto dell'opera. 

Nell'anima umana è rinchiuso un tesoro d'argomenti e 
di preferenze che non muta mai. A torto quindi, quand' esse 
si ripetono, si parla di imitazione e di plagio. Tutte le 
società, tutti gli uomini, in certi momenti della loro esistenza, 
s' abbandonano alle stesse aspirazioni, agli stessi desideri, 
alle stesse speranze : in una ])arola agli stessi « sogni » 
non solo pieni di poesia, ma anche di sana morale. Perciò 
alcuni episodi o fantasie riappaiono pressoché uguali in molte 
letterature e in molti tempi. 

Le passioni dell'uomo (salve poche anomalie che costi- 
tuiscono la fortuna dei drammaturghi e dei romanzieri me- 
diocri) si manifestano in modo per lo più identico. La novità 
del fatto, r eccezione, è svolta più volontieri dall' artista poco 
abile, il quale con la stranezza si procura quell' attenzione 
che con Y arte sola non saprebbe procurarsi. AH' incontro, il 
grande artista sa rinnovare, con la potenza dell'intuizione 



— 58 — 

e dell' espressione, i temi più consueti e più conosciuti, ma 
che, per ciò appunto, corrispondono maggiormente a quelle 
aspirazioni o desideri o speranze cui accen;<ammo. 

Molti scrittori moderni « sorprendono » con 1' inverosi- 
miglianza del fatto e da essa appunto traggono le scene 
che scuotono i pubblici di cattivo gusto. Shakespeare invece 
ritrova un mondo di poesia, nuova del pari che maravigliosa, 
sul vecchio tema di Romeo e Giulietta. 

Era questo, infatti, della pace ottenuta dall'amore, uno 
dei temi più frequenti nel medioevo. Quando più intense fer- 
vevano le lotte civili, quando fra cittadini e parenti si pro- 
lungavano per anni, per lustri, sino per secoli gli odi e le 
vendette, il popolo che più ne soffriva, immaginava, nell'in- 
tensa brama della tranquillità e della conciliazione, la leg- 
genda che più corrispondeva a' suoi desideri, ed era la leg- 
genda d' amore che si trova in quasi tutti i luoghi e che, 
nella sua profonda idealità, è tanto' umana che pur oggi 
riappare in molte opere d'arte. Nata nell' antichità con Ero, 
si trasforma man mano con G-inevra degli Almieri, Dianora 
dei Bardi. Gentile dei Garisendi, Elisabetta da Messina, 
Imelda Lambertazzi, Giannozza Saraceni, Emilia e Giulietta, 
la quale ultima ha ispirato intìnite opere d'arte anche mu- 
sicale. 

A metter quiete fra odii violenti non valevano le parole 
come valsero nel seicento e nel settecento fra i cavilli e le 
sottigliezze dagli arbitri cavallereschi, in giustacuore e par- 
rucca. Era necessaria una passione violenta quanto 1' odio, 
e si trovava nell'amore. A mali esti'emi, rimedi estremi Solo 
r amore poteva estinguere l' odio, e s' immaginava che un 
giovine e una giovine delle fazioni contrarie s' innamoras- 
sero e col sacritìeio della loro fiorente vita commovessero una 
buona volta gli avversi genitori, e che questi sulle loro 
tombe s' abbandonassero al pianto e dismettessero ogni pen- 
siero di vendetta. 

Imelda Lambertazzi, Bonifacio, Giannozza, Eomeo, Giu- 
lietta, Elisabetta, Gentile non vissero mai. La critica storica 



— 59 — 

lia distrutto per rispetto del vero quelle soavi figure, ma la 
leggenda le mantiene per amore del buono; e il pubblico, 
che non vuole, anzi non può e non deve rinunziare ad esse, 
continua a venerare in Verona la vasca che si pretende l' urna 
dei due infelici amanti, e si commove ascoltando la Lucia 
di Lammermoor e i Rantsau o leggendo La grande marnière, 
■dove la stessa tesi è rivestita modernamente. 



Fra le concezioni fantastiche, specialmente nell'epopea 
francese e nei nostri poemi cavallereschi, il ritorno degli 
stessi argomenti è frequentissimo. Amori contrastati, eterna 
base del romanzo; abbandono e infedeltà, eterno insulto al- 
l'indole incostante dell'uomo; castelli incantati, selve lussu- 
reggianti dove r eroe si snerva ai baci d' una bellezza men- 
dace; discese ai regni d'oltretomba.... sono tutti argomenti 
che ripassano a intervalli per le letterature, come comete 
in cielo, che scompaiono per riapparire, a distanze talora di 
secoli, non meno diifuse e luminose. 

Il castello d' Atlante dal muro d' acciaio « un edificio 
elevato su fondamento boiardesche » ha sempre lo stesso 
scopo : di imprigionare e trattenere la persona adorata, 
Falerina, nel poema dell' Agostini, sorprende 1' amato Sacri- 
pante in tal modo, e per lo stesso fine sono creati il bel 
giardino sul monte Carena, il lago di Morgana, la fontana 
delle fate, il palagio del Grande Disio nella Tavola Rotonda, 
e molti altri luoghi. 

L'isola d' Al Cina, prima che nel poema dell'Ariosto, è in 
quello del Cieco, dove si trova l' isola incantata con la donna 
incantatrice che si dà al primo che capita, e nell' Orlando 
innamorato del Boiardo, dove si fantastica di Einaldo tratto 
all'isola del Palazzo Gioioso. Dopo riappare nel Griardino 
d'Armida di Torquato Tasso. ' 

Ma quanto più antica è questa fantasia! Omero narra 
'd' Ulisse all' isola di Ogigia ; e Virgilio, d' Enea a Cartagine. 



— 60 — 

E da ciascuno dei poemi indicati si staccano a centinaia 
dipinti, scolture, arazzi, drammi e melodrammi. 

La concezione è una di quelle che più suffraga la nostra 
tesi. Pio Raiua ricorda inoltre * quelle regioni fantastiche 
che sono sogno perpetuo dell' umanità, non abbastanza sod- 
disfatta delle dimora in cui l'ha confinata la sorte. Per gli 
uni è l'Eden, per gli altri l'isola dei Feaci, V fjÀvaiov tieòìov, 
le isole dei Beati, l'isola d'Avalona, il « pays de féerie », 
il « paradiso diliziano », la « terra repromissionis sanctorum » 
ecc. Sempre si collocano, e per buone ragioni, di là dai mari, 
lungi dal consorzio umano; si popolano di semidei, di spiriti 
di esseri in qualunque modo superiori alla nostra condizione 
presente. L'immagine resta dappertutto la stessa: è questa 
nostra medesima terra, purificata dai mali e dalle imperfe- 
zioni, arricchita, senza limiti di tempo e di spazio, dei beni 
che l'adornano fugacemente. Quindi non nevi, nonpioggie: 
fiori e frutti in ogni parte : una perpetua j)rimavera e un 
perpetuo autunno. » E simili sogni s' insinuano nel ciclo di 
Carlo Magno, nei rifacimenti della Chanson de geste e spe- 
cialmente nel ciclo brettone, dov'esse s'impongono anche ai 
prosatori. 

Ma rechiamoci alla ròcca o allo scoglio dove dispera la 
donna derelitta che ha dato tutto, anima e corpo, all' uomo 
che l'abbandona per un'altra o per un capriccio ©sospetto 
o stanchezza. E non s' è trasfusa nella soave Pia de' Tolomei 
l' anima di Olimpia, e in Olimpia l' anima di Arianna e di 
Medea? E gli episodi di Catullo e di Ovidio non rivivono 
neir Ariosto, nel Sestini e in molte tragedie e drammi vec- 
chi e moderni ? 

Frequentissimo anche 1' episodio del ratto e della fuga. 
E la risoluzione violenta contro ogni sorta di opposizione 
allo sfogo della passione, che si ripete indipendentemente 
in molti romanzi e in molti poemi, ma è sempre nuova e 
commovente se l' arte dello scrittore è alta e potente. In 
essa spesso la critica cerca l' imitazione quando invece vi si 
adombra qualche storia vera. Si vuole infatti che il rapi- 



— ci- 
mento di Doralice fosse ispirato all'Ariosto da un fatto reale. 
Nel 1501 una dama della Duchessa d' Urbino lasciava 
quella città per congiungersi sposa a G-. B. Caracciolo. Ma 
per via fu rapita e s' incolpò del rapimento Cesare Borgia, 
cui ella molto piaceva. Più tardi, 1' episodio riappare trave- 
stito ancora in un romanzo di Massimo d' Azeglio. 

Ulisse e Diomede esplorano il campo nemico, come Niso 
ed Eurialo, come Cloridano e Medoro. 

In ogni parte del mondo si sognano e si cercano tesori 
nascosti. Traggono perciò gì' illusi a scavare in deserti ca- 
stelli, fra mura ruinose e su remote cime di monti. Ogni torre 
abbandonata ha i suoi fantasmi, ogni cimitero i suoi lemuri, 
ogni casa cadente e fosca le sue ombre. E 1' arte compone, 
su queste fiabe, sempre opere nuove. 

I motivi costanti, saremmo per dire immortali, dell' arte 
e della letteratura cominciano dall' ingenua produzione in- 
fantile ed arrivano alla fulgida e talora astrusa produzione 
del genio. Dal piccolo eroe che abbatte il gigante e dalla 
bambina bella e buona che è vendicata dalle fate degli ol- 
traggi della brutta e cattiva; dallo zotico e scemo Bertoldino 
che, con le piìi stui)ide facezie, confonde la sapienza di Sa- 
lomone, si sale, via via, sino alla fantasia dell' Eliso e del 
Limbo, che forse è la più nobile di quante sono germogliate 
nel pensiero umano. 

Insomma, gli esempi si moltiplicherebbero all'infinito, a con- 
fermare quale tesoro di tradizioni poetiche sopravviva al di- 
leguare delle generazioni e delle civiltà. L' anima dell' uomo 
in fondo è semi^re la stessa, cosicché i suoi atteggiamenti e 
le sue aspirazioni possono mutare nella forma, non nella so- 
stanza. I drammi, che più si ripetono nella vita, sono i più 
evidenti nell' arte. 



Appena ^Kaffaello fu a' servigi di Griulio II, ebbe l' inca- 
rico di dipingere la Sala della Segnatura nella cui volta e- 
rano già gli affreschi di G-iovanni Antonio Bazzi detto il 



— 62 — 

Sodoma. Nelle prossime sale avevano lavorato il Perugino, 
Pier della Francesca, Lnca Signorelli, il Pintoricchio e altri 
famosi, cosicché conveniva innalzarsi molto per stare a pari, 
nonché per esser superiore a loro- 
La Scuola (V Atene, il Parnaso e la Disputa del Sacra- 
mento, incorniciate da una solenne serie di figure simboliche, 
formano una vasta sintesi delle scoperte e delle facoltà in- 
tellettuali che più nobilitarono la natura umana. E il ritorno 
più meraviglioso all'antico concetto del Limbo. L'artista 
appare uno che vuol vivere con gli uomini più celebrati nella 
poesia e nella filosofìa, o sul monte delle Muse o nell' aula 
luminosa della Scuola o sul piano aperto della Disputa sul 
quale si libra la gloria dell'Olimpo cristiano. 

E raffigura Pietro e Griovanni che, ispirato, scrive 1' Apo- 
calisse ; Abramo, Paolo con la spada, come Omero in Dante, 
Giacomo e Mosè ; Girolamo, Agostino, Ambrogio e il grande 
Gregorio. Poi vicino alza le mani Pier Lombardo fondatore 
della teologia scolastica. Poco più in là riconosci il france- 
scano Scoto e Tommaso d' Aquino ; papa Anacleto, Bonaven- 
tura, l'Alighieri (teologo nella divina Commedia), fra' Girolamo 
Savonarola e. simbolo del misticismo artistico, il beato An- 
gelico. 

Dalla filosofia ascetica, Raffaello passa al gruppo dei poeti 
che conversano nella serenità del monte, mentre Apollo 
splendente di bellezza divina, siede, suona e canta all'om- 
bra dei lauri. Intorno a lui s' addensano variamente le Muso 
e i più famosi poeti. Omero, cieco, canta e un giovinetto 
seduto ferma le sue parole sulle pagine eterne. Virgilio mo- 
stra la cima del monto a Dante, come nella Commedia. Co- 
rinna, dai capelli diffusi, discorre con Alceo, con Anacreonte 
e col Petrarca, erotici, mentre Saffo attende seduta in di- 
sparte, come se ancora la tenesse l' angoscia che la spinse, 
secondo la leggenda, al salto di Leucade. Dall' apposto lato 
intanto Pindaro conversa animato con Orazio, e vicino s'ag- 
gruppano Ovidio e il Saunazzaro, il Boccaccio e Antonio 
Tibaldeo. 




BB^Mìiifi jHn'ì ^-''-'-^- 



— 63 — 

E dalla poesia, il pittore passa ai filosofi dell'antichità. 
Nel piano superiore sono i maestri dell' alta filosofia e in 
basso quelli dell' astronomia, della geometria e dell' aritmetica, 
Pitagora, Socrate, Platone. Aristotile appaiono circondati 
dai discepoli, Diogene seduto sui gradini nudo « più che 
non vuol vergogna » sembra il simbolo della stessa dottrina 
cinica. Oltre di che nelle faccie di questi grandi si vogliono 
scorgere le fisonomie d'uomini di mente o di valore contem- 
poranei a Eaffaello : il Bramante, Francesco Maria della Eo- 
vere, Federico II Gonzaga duca di Mantova e altri. 

Così nella Sala della Segnatura Eaffaello si ricongiunge 
ai poeti, e accetta quella fra le tradizioni che sempre fu a 
loro più gradita. 

Se torna infatti tanto commovente a le anime elette in- 
contrare nella projìria via gli uomini venuti in fama per 
grandi gesta e per virtù intellettuali, perchè non sarà dolce 
il sogno di ritrovarsi, quando che sia, fra di loro, in un 
luogo quieto e remoto e sentirli parlare alti concetti, con 
voci soavi e piane? Wilgardo retore li scorge in visione, 
fantasmi gloriosi della sua pazzia, ed è ritenuto eretico 
perchè la notte conversa eccitato con l' ombre evocate 
d' Orazio, di Virgilio e di Giovenale. Giorgio Byron, curvo 
suir area di Dante, ode trepidando il fremito delle ossa 
venerate, e le grandi ombre romane popolano le Notti del 
Verri. 

Enea disceso all' Averno. mentre si muove per ritornare 
al mondo, 

giunse la 've .accampata era in disparte 

gente di ferro o di valore armata. 

Qui '1 gran Tideo; qui '1 gran figlio di Marte 

Partenopeo ; qui del famoso Adrasto 

la pallida ombra incontro gli si fece. 

Quinci de' suoi più nobili Troiani 

un gran drappello avanti gli comparve. 

Pianse a veder que gloriosi eroi, 

tanto di sopra desYati e pianti, 

come Glauco, Tersiloco, Medonte, 



— 64 — 

i tre figli d' Antenore, il sacrato 

a Cerere ministro Polibete. 

E '1 chiaro Ideo con 1' armi anco e col carro. 

Fatto gli aveau costor chi da man destra 

chi da sinistra una corona intorno. 

Boezio, dopo Virgilio, esprime quasi ugual desiderio e a 
lui succede Dante che traduce lo stesso concetto nella di- 
vina Commedia, subito nel principio del poema proprio al- 
l' ingresso dell' Inferno. Dopo aver visto Omero, Orazio, 
Ovidio e Lucano venire affettuosamente incontro a Vir- 
gilio che .s' era dipartito e dopo essersi fatto della loro 
schiera, segue narrando d' esser venuto al piede d'un ca- 
stello 

sette volte cerchiato d' alte mura 
difeso intorno da un bel fiumicello. 

Questo passammo come terra dura ; 
per sette porte entrai con questi savi ; 
giungemmo in prato di fresca verdura. 

Genti v' eran con occhi tardi e gravi 
di grand' autorità ne' lor semoianti ; 
parlavan rado con voci soavi. 

E Dante, condotto in parte donde poteva scorgere tutto il 
glorioso consesso, come Enea si commove ed esclama : 

Mi fur mostrati gli spiriti magni 
che di vederli in me stesso m' esalto. 

E passa quindi, in rassegna patriarchi, eroi ed eroine, 
poeti, iilosoli e scienziati. 

Seguono a Dante, Francesco Petrarca col Trionfo d' Amore 
che ispira il Parnaso e col Trionfo della fama che suggeri- 
sce la Scuola; poi Federico Frezzi col Regno delle virtù del 
suo Quadriregio, Iacopo del Pecora nella Fimerodia, Filippo 
Oriolo da Bassano nel Monte Parnaso, Antonio Fregoso Fi- 
leremo ne / tre Peregrini, Antonio Lenio Salentino nell' Orowfe, 
e altri, altri ancora. 

Come i poeti, hanno vagheggiato questo ritrovo di grandi 
anche i pittori, che pure incontrano tanto maggiori difficoltà 



— 65 - 

nelle rappresentazioni di tal fatto, per 1' espressione delle 
molte figure. Pei poeti bastano i nomi ; pei pittori abbiso- 
gnano le imagini. 

Francesco di Traino nel Trionfo di san Tommaso d' Aquino 
in S. Caterina di Pisa ha raccolte le figure di Platone, di 
Aristotile e di Averroè ; Benozzo — secondo il Vasari — 
« ritrasse San Tomaso con un infinito numero di cardinali 
e molti capi e generali di diversi ordini. » 

Nell'affresco del Cappellone degli Spagnuoli, in S. Maria 
Novella a Firenze, esprimente il Trionfo della Chiesa mili- 
tante e trionfante, Andrea di Bcmaiuto affollò del pari una 
numerosa schiera di teologi, di poeti e d' artisti. 

Eitornare in quest' ordine d' idee, comprenderne l'alto si- 
gnificato, ricongiungersi per tal modo ai grandi poeti nel 
concetto o meglio nel desiderio di mischiarsi alla falange 
dei sommi, non fu che dei nobili artisti. Eaffaello dopo aver 
dipinto la Sala della Segnatura si trovò come Enea fra gli 
Eroi, come Boezio tra i filosofi. 

Il delicatissimo Perugino nella Sala del Cambio in Pe- 
rugia potev^a far lo stesso, ma fu ben lontano dall'immagi- 
nario o tentarlo. Vi dipinse nelle pareti profeti, sibille e 
dodici eroi e sapienti dell' antichità, ma divisi l' un dall' altro 
in tanti scompartimenti, gentili ma freddi, come ogni figura 
senza azione- 

S' egli avesse tolte le sbarre, gli eroi e i dotti, le sibille 
e i profeti si sarebbero accostati e nella fantasia dell' osser- 
vatore avrebbero favellato fra di loro formando un Parnaso 
e una Scuola d'Atene. Ma ognuno sembra invece tediarsi 
neir angusto spazio della cella in cui fu condannato. 

Neil' arte raffaellesca, invece, tutto si fuse, pensiero e 
forma, luogo e persone. Il Poussin nel Parnaso, ora al Museo 
del Prado, il Delaroche nelle decorazione dell' emiciclo nel 
Palazzo delle Belle Arti a Parigi, il Kaulbach nella decora- 
zione del vestibolo del vecchio Museo di Berlino, tornarono 
sul tema seguendo più Eaftaello che Dante e gli altri, per- 



— 06 — 

che in lui trovarono ispirazione oltre che pel concetto anche 
per r insieme pittorico. 

Così r uomo ha sognato e sognerà sempre certe sue pre- 
dilette fantasie, e i sogni suoi saranno in ogni tempo seme 
d'arte. Negli sconforti e nel tedio invocherà felicità e delizie 
remote : nella bramosia di gloria, F alta speranza d' entrare 
nel consorzio dei grandi ; fra gì' insulti della prepotenza, il 
trionfo della bontà; tra le ferocia degli odii, la forza benetìca 
e possente dell'amore. 



IL BERNINI 



Kitessere freddamente la biografìa o il panegirico del 
Bernini, enumerarne con ordine i moltissimi lavori, è oramai 
cosa inutile. E il suo spirito, lo spirito dell' arte sua che 
giova cogliere nella realtà e riportare mentalmente al suo 
tempo. Perchè soltanto da uno studio che rimetta l'artista 
fra il pubblico che l'ispirò e che l' intese, e consideri l' arte 
sua come una necessità storica, può derivare un giudizio 
retto, una criticii onesta, libera da quelle vaghe afferma- 
zioni che pullulano dal desiderio e dal gusto d' altri tempi 
e d' altre società. 

L' opinione che gli artisti del seicento non fossero sin- 
ceri, che esagerassero gli effetti come per isforzo o capric- 
cio, che si fabbricassero insomma il bisogno di molti entu- 
siasmi per poi avere il gusto di soddisfarli, è sfatata to- 
stochè si penetra nel sentimento della vita d'allora, leg- 
gendo, assai pili che le storie politiche, molte lettere, molti 
diari e molti processi. Fatto ciò, il primo pensiero, che esce 
spontaneo nella mente, si è che quella società avesse « dato 
nel farnetico ». Tutto è a base di stravaganze e di contra- 
sti nel bene e nel male, e gli eii'etti sono spesso spropor- 
zionati alle cause. 

Il popolo che nel cinquecento era buono e ragionevole 
diventa strambo e feroce; i signori, che erano prudenti 
o prodi, diventano vili o audaci. Si esagerano l'umiltà e 
r insolenza, l' amore e la gelosia. Di fronte alla scienza, che 
scopre maravigliose verità, giganteggia la superstizione. 
Sembra che l'anima indurita pel succedersi di molte sven- 
ture abbia bisogno di emozioni più forti e trascenda all' ec- 
cesso, al disordine. 



— 70 — 

Per sciocche questioni di servitori e per diatribe caval- 
leresche di supremazia, perchè in una via non si è data la parte 
del muro, perchè non si è lasciata passare per prima la 
carrozza di un dato personaggio, perchè non si sono salu- 
tati in ordine di gerarchia i convenuti ad una funzione, per 
un posto in chiesa o in teatro, per un nonnulla nascono 
conflitti sanguinosi e interminabili discussioni in cui s' affan- 
nano giudici, notai, principi, signorie e spesso anche il sommo 
Pontefice. La prepotenza d' uno staffiere basta perchè si 
stampino grossi volumi di pareri, nei quali s' invocano le 
maggiori autorità della letteratura cavalleresca e si citano 
alla rinfusa scrittori classici e teologi. Ogni pettegolezzo di 
dame sembra preludere ad una guerra civile. 



Quanto più langue la fede, che è cosa fiorente nel se- 
greto dell' anima, tanto più crescono le pratiche e le osten- 
tazioni religiose eccitate per giunta dal Concilio di Trento. 

Chi ha detto una mala parola a uno sbirro è impiccato 
e squartato, chi uccide il fratello e ripara in luogo immune 
è salvo. 

Durante la terribile peste del 1630 si hanno esempi di 
crudeltà senza nome e di pietà commoventi, mentre i begli 
umori trovan tempo di scrivere e pubblicar satire. I colpi 
di pistola e le archibugiate rintronano spesso nelle vie, 
tanto che il seicento s' è meritato anche il nome di secolo 
degli ammassati. Quando il Cardinal Vidoni lasciò Bologna 
nel 1665, si trovò che, sotto la sua legazione, di tre anni, 
si erano consumati in quella città tremila e seicento omidici, 
e che in un solo giorno s' eran raccolti ben cinquanta fra 
morti e feriti. 

Né il delitto perdeva il suo carattere bizzarro nei mezzi 
onde si consumava, nella teatralità delle paci raffermate 
durante le tragiche agonie, nell'eccesso dei provvedimenti, 
per cui s" armavano, sino ai denti, centinaia d'uomini pel 
sequestro d'una persona inerme. 




Il Bkrnisi — autoritratto 



— 71 — 

A Marforio e a Pasquino s'appendevano intanto le satire 
più terribili, perchè non giovavano le sciagure a frenare il 
bisogno dell'epigramma. Dopo che il Murtola ebbe sparata 
una pistola, carica di cinque palle, contro il Marino, e fe- 
rito in sua vece il Braida, il Marino stesso (pel quale le 
uccisioni erano « vezzi omicidi ») scriveva ad un amico: « Ba- 
sta, egli ha voluto rendermi fischiata per fischiata, poiché 
in effetto ancora mi fischiano le orecchie della sparata. 
Credo che voleva darmi un gniffe gnaffe, e appendermi 
dietro i tricchi tracchi. » 

Né la parte femminile era meno fantastica. Si susseguono 
i matrimoni di sorpresa e le fughe dai monasteri. Quasi ad 
ogni pagina s'incontrano dame che s' insultano trivialmente 
nelle vie, nelle chiese e nelle sale; cantarine che cacciano 
lo scompiglio nelle case patrizie e con nozze disuguali ne con- 
taminano i gloriosi blasoni. Cristina di Northumberland, 
discesa dalla famiglia principesca dei Dudley. mette in agi- 
tazione la nobiltà d'Italia, il Papa, il Patriarca di Venezia; 
accoppia nobili a virtuose e a cameriere; è cagione di di- 
sastri morali ed economici, di duelli mortali, di avvelena- 
menti; mette in conflitto popolani, soldati e cavalieri, dame 
e cameriere, monache e frati. Ora la si vede confinata nei 
monasteri, ora ricevuta in trionfo e visitata da principi e 
cardinali. 

Più fantastica e più famosa Cristina di Svezia, che dal 
luteranesimo si converti al cattolicismo e, più che gloria, 
fu disperazione di papi e cardinali. Se ne gira per le città 
d'Europa, ora vestita da donna, ora vestita da uomo, ora 
con uno strano connubio di gonne e di calzoni. Mentre at- 
tendeva alle prime pratiche religiose, scriveva allegramente 
che la sua occupazione era quella di godersi la vita. Giunta 
a Eoma, il papa le regala una carrozza, opera del Bernini, 
adorna di scolture e di statue dorate, ma ella nell' ingresso 
trionfale preferisce vestirsi d'Amazzone e montare sur un 
cavallo bianco al modo degli uomini. Dal sostenere grotte- 
sche questioni di cerimoniale, passava a stranezze volgari, 



come a portar le dita alla bocca e gareggiar col pubblico 
nel fischiare una brutta commedia. Ancb^ella s'adoperò a 
combinare nozze disuguali, ad aiutare fughe di omicidiari, 
a favorire molinisti, astrolo i, alchimisti. D* altra parte (il 
contrasto dura sempre) favoriva le scienze e le lettere, fon- 
dava im" accademia, che poi divenne l'Arcadia, e spendeva 
somme ingenti nel raccogliere collezioni di quadri, di me- 
daglie e di libri. 



Altra causa notevole all' esagerazione dei sentimenti e 
dei costumi si è pretesa da taluni 1" influenza iberica. Cer- 
tamente l'inclinazione degli spagnuoli ad esprimersi più am- 
pollosamente, che non facciamo noi, deve aver avuta la 
sua parte, specie in letteratura. Ma com' è possibile non ac- 
corgersi che il diapason, per così dire, psicologico si era al- 
zato sino alla tensione in tutta Europa? Alle idee e alle 
abitudini bizzarre si trovano dovunque persone obbedienti. 

Anche le più minuscole suppellettili della galanteria ne 
sono prova. > 

Dalla Svizzera sin d" allora si diffondevano per le fiere 
di tutto il mondo giuoeatoii ed orologi. Questi specialmente 
sembrava che non avessero pregio se non venivano di là. 
E pure quante stramberie non immaginava anche la sobria 
Elvezia ed o quali volate liriche non dava perciò argomento! 

Si mettevano orologi dentro ai crani perchè il simbolo 
della morte udisse il suono della vita ; si mettevano orologi 
nel costato dei crocifissi di legno o di bronzo, perchè il 
tempo fosse legato al suo fattor primiero; invece di freccia 
ad altri quadranti si fissava una spada perchè il tempo era 
guerriero « nell' apportar le stragi». 

I teschi si dipingevano negli specchi, perchè le dame, 
fiorenti di salute e di bellezza, ricordassero che sotto la loro 
rosea carne si nascondeva simile orrido fusto ; s' intaglia- 
vano nei baldacchini dei letti macchinosi, perchè non si di- 
menticasse che il sonno era fratello della morte. 



— 73 — 

E tutto ciò, non tanto per la cupa intenzione d'incutere 
spavento come nel medio-evo, quanto per la necessità artistica 
della trovata e del contrasto. Ciò che -oggi parrebbe l'opera 
di uno squilibrato, allora appariva naturale. 



Si prendano per saggio alcune opere d' indole critica e 
specialmente quelle che sotto certi rapporti sembrano pri- 
meggiare pel buon senso e per verità argutamente intra- 
viste ed espresse. 

Allesandro Tassoni ne' suoi Pensieri diversi, dove dà saggi 
mirabili del suo ingegno, quasi in alcune osservazioni avan- 
zando il suo secolo, si perde altrove a discutere seriamente 
perchè gli uomini non abbiano la barba verde; perchè, fra 
gli animali, che non hanno penne, 1' uomo solo canti, e cam- 
mini su due piedi ; perchè siano state create le mosche ; per- 
chè i gamberi vadano all' indietro. 

Fra le sorprese che lo sconosciuto seicento riserba allo 
studioso mettiamo senz' altro la critica storica del Lanzil- 
lotti, il quale ne' suoi Farfalloni degli antichi previene in 
parte la tarda opera di distruzione delle leggende ro- 
mane. Eppure eccolo, in contrasto a tanta intuizione sto- 
rica, dilungarsi a discutere se era possibile che gli Etiopi 
per omaggio ad un loro re zoppo camminassero tutti zoppi ; 
eccolo infine profondarsi nella lettura degli antichi con la 
fissazione di trovare chi era stato il primo a mettere acqua 
nel vino. 

Il Padre Griacinto Manara nelle sue Notti malinconiche, 
mentre già accennava al grave problema della pena di morte 
e prima del Tartarotti e del Mafifei stigmatizzava le torture 
e il misterioso trascinar di catene sulle carceri dei morituri, 
raccoglie poi infinite citazioni per risolvere « se un condan- 
nato, vicino a morte, debba promettere di non peccare per 
l'avvenire. » 

Cornelio Ghirardelli, infine, che, con la sua Cefalogia fi- 
sonomica, iniziava, più che due secoli indietro, lo studio sui 



caratteri fisici dei delinquenti, cercava poi i vari colori della 
bile per provare che la flava aveva convenienza col fuoco, e 
riconosceva i gradi di virtù delle donne dalla loro statura 
e dal loro modo di camminare. 

La mania della ricerca bizzarra, la febbre dei contrasti 
negli argomenti e nel modo di trattarli, non era dunque 
della poesia e dell' arte soltanto ; ma del vivere sociale nelle 
singole sue parti e nel suo grande complesso. 

Qual meraviglia quindi possono fare quei soliti versi 
strepitosi che ogni buon maestrucolo insegna parlando del 
seicento ? Chi ricerchi nelle carte e nelle memorie del tempo 
trova ben altro che il « Sudate o fuochi » o « Se il crine è 
un Tago ! » Bernardo Morando, uso a portare gli occhiali, 
scrive alla donna che l' ha tradito : « Mi avete fatto pian- 
gere tanto che le mie lagrime, incristallite in giro, si tra- 
mutaron nelle lenti che porto. » Pio Enea degli Obizzi, 
ritto presso il feretro di Donna Isabella di Savoia cominciò 
a commemorarla con le volgari parole : «l'intestino rimor- 
dimento mi trafigge le midolle dell' anima. » E Giovanni 
Siska, capitano ungherese, ferito mortalmente, ordina a' suoi 
soldati: «Appena morto, scorticatemi e della mia pelle fate 
un tamburo per le battaglie. » 



In un tempo in cui la vita privata e la vita pubblica, 
il sacrificio e il godimento, l'eroismo e la viltà, l'odio e l'a- 
more, il gesto e il costume, la politica e la letteratura si 
atteggiavano in forma pomposa, eccessiva, pletorica, barocca 
insomma, come può pretendersi che l' arte fosse diversa da 
quella che fu '■ E come mai s' è potuto per tanto tempo fare 
una colpa al Bernini e a' suoi seguaci della sovrabbondanza 
delle intenzioni e delle forme ? Le fosche e secche imagini 
bizantine, le modeste e soavi figure giottesche, le corrette 
e severe forme dei quattrocentisti, come avrebbero trovato 
posto in quel turbinio di violenza psicologica? 



— 75 — 

È noto che in arte l'espressione del sentimento procede 
con la tecnica e che V una cosa è in costante dipendenza 
dell'altra. Naturalmente la forza che si sprigiona da un 
braccio è in rapporto con la robustezza del braccio stesso. 

Alcuni hanno detto che tecnicamente in ogni tempo si 
fa, non 1' arte che si vuole, ma l'arte che si può, ed hanno 
ricordato che il dugento scrisse con tanta semplicità perchè 
non era ancora in possesso di tutte le forme acquisite in se- 
guito dalla letteratura, come il trecento dipinse con tanto 
raccoglimento perchè non era capace di dar maggiore vita 
al colore e moto al disegno. G-li esempi sono giusti per le 
considerazioni che possiamo far noi, messi in caso d'avver- 
tire tutte le deficienze d' esecuzione d' allora dall' esame di 
quanto s'è fatto dopo. In ogni tempo, all'incontro, si è sen- 
tita r arte che si è fatta e la storia racconta che l' entusia- 
smo, che sollevarono le tavole di Cimabue e di Duccio se- 
nese, non fu per nulla inferiore a quello che sollevaron il 
Davide di Michelangelo e il Perseo del Cellini. 

Quello che succede, specialmente agli artisti mediocri, i 
quali s' illudono sulla propria opera, succede dell' arte a tra- 
verso i secoli. In ogni tempo 1' artista s' adopera ad espri- 
mere con la tecnica le forme che gli si muovono nel pen- 
siero, ma queste appunto si muovono nei limiti della pos- 
sibilità della esecuzione, la quale perciò determina l'estrin- 
secazione della idea intima. 

Il guaio maggiore per la critica è stato, ed è tuttora 
per taluni, quello di ritener l' arte quasi una delle tante 
manifestazioni del libero arbitrio, e che proceda solo per 
iniziative personali. Per quanto sia doloroso, si dovrà pure 
rinunziare ad una teoria così soddisfacente pel nostro orgo- 
glio e considerar l' arte per quella che è, cioè una fiori- 
tura spontanea della mente che, come quella della terra, 
ha le sue stagioni. 

Tutte le arti belle nel Kinascimento raggiunsero un alto 
grado. Anche la letteratura, il costume, le convenienze sociali, 
la politica, la guerra erano divenute forti ed eleganti. Quando 



— 76 — 

questa meravigliosa primavera fu passata, cominciò natural- 
mente Testate con gli eccessivi ardori, con la vegetazione 
troppo densa e intralciata, con gli uragani fragorosi ed an- 
che con le sue fiacchezze. Tutto ciò eh' era stato sobrio nella 
Einascenza divenne esagerato; ma la mano, ossia la tecnica, 
per le forze acquistate, operava con più facilità, proprio come 
neir estate il caldo rende tutto più elastico e più sciolto. 

Allora la matita, il pennello, lo scalpello si piegarono, 
arrendevoli in tutto, alla volontà degli artisti. Il marmo 
ebbe morbidezza, splendori, valori quasi pittorici, e ciò per 
opera precipua del Bernini, di cui nessun secolo può van- 
tare scultore più abile a modellare e più pronto a scolpire, 
sì che di lui si disse che divorava il ìnarmo. 

E questa sorprendente potenza esecutiva mostrò sin da 
giovane, quando eseguì pel cardinale Borghese le statue e 
i gruppi, fra i quali è opera principalissima Apollo che in- 
segne Dafne. 

Il giovane dio, snello e leggero, incalza correndo la fug- 
gente figliola di Penco, che si trasforma in alloro. Il manto, 
che gli si gonfia dietro, i)el vento destato nella rapidità 
della corsa, è così finamente lavorato nelle abbondanti pie- 
ghe, che qua e là traspare come tenue lino. Anche il crine 
annodato sulla fronte s'agita elegantemente. Il volto, pur 
nella sua classica compostezza e formosità, mostra 1' anima- 
zione del desiderio nello sguardo uu po' strabico, per la 
lievissima deviazione che fa una pupilla attratta dalla ma- 
raviglia duna mano di Dafne, che già frondeggia, mentre 
l'altra pupilla resta avidamente fissa alla testa di lei. E 
Dafne, ancor più geniale, si torce, aprendo la bopca a un 
grido di spavento e cercando d'allontanarsi dal dio, dove 
sente il contatto delle sue dita. Tutte le estremità del suo 
vergine corpo accennano intanto alla trasformazione in lauro. 
Le dita de' suoi piedi s* allungano in radici che s'abbarbi- 
cano al suolo. La scorza dell'albero con la ruvidità e la 
porosità del sughero, le sale per avvolgerla dietro e dinanzi, 
frondeggiando più pronta dalla parte di lui, come a crearle 



un'istantanea difesa. Ma le due gambe e il seno virgineo 
restano scoperti, e la figura si palesa intera. I capelli, già 
terminanti in foglie, le s' innalzano, piìi che dal vento, sol- 
levati dalla legge di natura che fa tendere all' alto le fronde 
o, come dice Dante, per la propria virtù che le subì ima. Le 
mani, protese al cielo in atto d' implorare l' aiuto di Giove, 
le si tramutano in rigogliosi arbusti. Non è possibile descri- 
vere la leggerezza del lavoro. Ogni stelo si delinea schiet- 
tamente, ogni fogliolina è staccata, sottile, variamente mossa, 
ogni piccola ciocca di capelli si svolge, fluttuando morbida 
e sciolta. E le carni levigate, le chiome increspate, il manto 
opaco, le foglie segnate dalle fibre, la scorza striata e no- 
dosa alternano i toni d'un perfetto chiaroscuro che fa bal- 
zare nitide e distinte tutte le parti di quel singolare ca- 
polavoro. 



Così ne' suoi moltissimi ritratti o busti l'accuratezza 
tecnica non raffredda il sentimento naturalistico, perchè non 
è effetto della fatica o dello stento, ma effetto d'un eser- 
cizio facile e spontaneo che, non preoccupando affatto, con- 
sentiva al Bernini di sorprendere i caratteri materiali e 
spirituali degli individui, esperto in questo come certi am- 
basciatori della Signora Veneta, che in poche parole sape- 
vano ritrarre una persona, fisicamente e moralmente. Eac- 
conta infatti il Baldinucci com' egli dicesse « che nel ritrarre 
alcuno al naturale, consisteva il tutto in saper conoscere 
quella qualità che ciascheduno ha di proprio e che non ha 
la natura dato ad altri che a lui. A quest' effetto tenne un 
costume dal comune modo assai diverso e fu: che nel ri- 
trarre alcuno non voleva ch'egli stesse fermo, ma eh' e' si 
movesse e eh' e' parlasse ; perchè in tal modo, diceva egli, 
eh' e' vedeva tutto il suo bello e lo contraffaceva com' egli 
era; asserendo, che nello starsi immobilmente fermo, egli 
non è mai tanto simile a sé stesso quanto egli è nel moto, 
in cui quelle qualità consistono, che sono tutte sue e non 



— 78 — 

d' altri, e che danno la somiglianza al ritratto. » Preziosa e- 
grande massima d' arte, ma che non può esser seguita se 
non da chi possiede acutezza e perizia eccezionali. 

Ma per essa soltanto egli poteva scolpire i maravigliosi 
busti del cardinal Scipione Borghese, del cardinal Ginnasi, 
d' Innocenzo X, di Jacopo Foix di Montoia, della Bonarelli, 
di Francesco I duca di Modena, e d'altri. 

Guardando il busto del cardinale Borghese ben intendi 
la difficoltà del gesto impacciato, data dalla pinguedine, 
nelle veste e nel berretto trascuratamente messi ; ben senti 
la difficoltà del respiro nelle labbra semidischiuse ; ben leggi 
l'anima nel tranquillo occhio che la tecnica rileva celeste. 
Così nel ritratto del cardinal Ginnasi scorgi il calmo spi- 
rito benefico come in quello d' Innocenzo 1' autorità ruvida 
e severa del pontefice che smantellò Castro, condannò le 
proposizioni di Giansenio, soppresse i conventini. La sempli- 
cità dell' uomo mite e devoto è invece nel fine pensoso aspetto 
del Foix, che per semplicità pare l'opera d'un quattrocen- 
tista. Infine è facile sorprendere nel delizioso busto dai ca- 
pelli sciolti, dalla veste discinta, dallo sguardo impronto, 
dal sorriso malizioso il temperamento leggiero dell' amante 
Costanza Bonarelli, come nella pompa delle vesti e della 
gigantesca parrucca e nel franco ardito volto il carattere 
fastoso e volitivo del duca di Modena. 



Il Bernini, come scultore, emergeva appunto laddove 
il naturalismo dava più largo e ragionevole campo all' arte. 
Perciò molti critici, mentre hanno esaltato, senza restri- 
zione, i ritratti da lui eseguiti, si sono ben guardati dall' ap- 
prezzare le sue scolture d' argomento religioso e special- 
mente quella, che per meriti singolarissimi eccelle sulle altre 
ossia r estasi di santa Teresa, nella quale essi biasimano i 
caratteri materiali d' un volgare svenimento. 

Su questo e sul vivace e scomposto movimento impressa 
alle figure degli angeli e dei santi, si è basata la conclu- 



— 79 — 

sione che il Bernini e gli altri barocchi non abbiano in- 
tesa la religione e che abbiano quasi subita l'influenza 
del teatro in tutte le sue espressioni drammatiche e coreo- 
grafiche. I santi, dipinti e scolpiti allora, appaiono, si è 
detto, sempre convulsi, sempre declamatori, e ballerini. Le 
composizioni si sono sino chiamate a grande orchestra; e 
tali che tutto mostrano tranne l'intimo senso religioso che 
aveva trovato così splendide espressioni nelle arti anteriori. 

Sull'effetto non si può dissentire. Che quell'arte abbia 
del teatrale, dell' enfatico è fuori di dubbio. Ma ci pare che 
anche di questo fatto non si siano ben considerate tutte 
le cagioni, le quali avrebbero mostrato che 1" arte religiosa 
d' allora non fu alterata da cause esteriori e di mero gusto 
artistico, ma seguì a dovere le stesse manifestazioni asce- 
tiche. 

L' arte, resta inteso, non può cogliere che le espressioni 
esterne e corporee della fede, le quali naturalmente nei 
secoli si trasformano come si trasformano le costumanze. 
L'elemento umanistico o classico, che ha dato all'arte del 
Einascimento audacie e formosità pagane, non lo si trova 
infiltrato in tutta la vita ecclesiastica del tempo? Il Con- 
cilio di Trento fu fatto per 1' arte o perla religione? Quella 
sensualità gentile era, insomma, solo negli occhi degli ar- 
tisti, o non era anche nel sangue dei religiosi, compresi i 
papi? 

La Eiforma era valsa a sovreccitare gli spiriti e a met- 
tere la Chiesa sulla via d' una febbrile repressione ; il Con- 
cilio, a riafforzare con le pratiche e la disciplina il fervore^ 
il quale, dati i temperamenti eccentrici, e sentimentali del 
tempo, si espresse ccn eccessi di pomposità e di affolla- 
metito, che a noi oggi sembrano sconvenienti. Leggendo in- 
fatti le vite dei santi, fioriti mentre scaldava 1' aria il sof- 
fio sciroccale della dominazione gesuitica, s'incontrano su- 
bito le tragiche eccitazioni che l' arte riproduce. Non più 
l'estasi raccolta, soave e lieta di san Francesco d'Assisi, 
ma r orgasmo solenne e lagrimoso di Francesco di Sales, di 



— 80 — 

Felice da Cantalice, di Pietro d' Alcantara. Per temperare 
i divini ardori Maria Maddalena de' Pazzi teneva le mani 
neir ac(iua gelata. Poi urlando e gemendo abbracciava la sta- 
tua della Vergine, e nelle visioni si esprimeva con la gon- 
fiezza del marinismo. AH' apparizione di san Luigi Gonzaga 
esclamò : « Quando eri in questa vita mortale, scoccavi di 
continuo saette d"^ amore nei cuore del Yerho; ora che sei ne' 
cieli le saette ritornano nel tuo proprio cuore. » San Fedele 
da Sigmaringa sottoscriveva le lettere « Frate Fedele indegno 
cappuccino, fra poco pasto dei vermi. » San Francesco di 
Sales al monaco che bruciò il suo libro « M' auguro — disse 

— che il tuo cuore divampi d^ amor divino, quanto il mio 
libro ha divampato nelle tue fiamme. » Ed aggiungeva* « Sia 
fatto di noi ed in noi il volere del cuor sovrano, in cui, da 
cui e per cui vogliamo vivere e m,orire.... Nel seno ancora 
della Madre quel divin cuore prevedeva, disponeva, meritava 
impetrava. » , 

Ma r accordo, che lega le parole stesse di santa Teresa, 
rilevate dalle sue Opere spirituali, all' espressione della scol- 
tura del Bernini, è ancor più mirabile. « Non è già V anima 

— diceva la santa — quella che procura il dolore della 
piaga, che le recò il suo Signore ; ma bensì un dardo nella 
più sensibile interior parte delle sue viscere, ed alcune volte 
nel cuore che non sa V anima che cosa s' habbia. né che cosa 
voglia. » « Altre volte assale con tale impeto e abbatte tal- 
mente il corpo, che ne de' piedi né delle mani può fare 
uso; ansi se si trova in piedi, mettesi a sedere come una 
cosa abbandonata, che da sé non può sussistere, né quasi avere 
respiro. Solo può dare alcuni gemiti e questi ben deboli per 
mancanza di forze. » E confessa : « Vedevo un angiolo, vicino 
a me posto in aspetto corporale.... Gli vedevo nelle mani un 
lungo dardo d' oro, e su la ijunta parevami vi fosse un poco 
di fuoco. Sembravami che alcun" volte con questo mi ferisse 
il cuore e che penetrasse fino alle viscere: nel ritirarlo a sé, 
sembravami che seco portasse le medesime. » E dice che era 
spasimo e voluttà ad un tempo, cui partecipava molto col 



- 81 — ■ 

corpo. Nelle sue estreme parole : « Gesù la dolcezza è troppa : 
siate men soave o ingrandite il mìo cuore », troviamo certo 
maggiore esaltazione che nell'opera del Bernini. 

Non il sentire e il parlare dei santi differiva da quello 
dei tonanti predicatori, condannati alla gogna come ampol- 
losi e artifìziosi corruttori della semplicità dell' orazione 
classica. 

GÌ' istrumenti di martirio, onde taluni monaci e preti 
d'allóra inlierivano in sé stessi, rilevano caratteri ecce- 
denti. Se gli eremiti della Tebaide si eran nutriti di sem- 
plici radici, san Filippo Neri doveva peggiorare il suo cibo, 
condendo le radici con droghe, diremo così, nauseabonde ; se 
cento religiosi o santi avevano portato un cilicio di pelli 
irsute o una corda di setole o tutt' al più una catenella, san 
Luigi Gonzaga doveva comporre il suo cilicio con cinture a 
punte di ferro e con rotelle di speroni, e san Pasquale, 
della Riforma dei Zoccolanti, macerarsi con triplice catena, 
oltre due ferri da cavallo coi chiodi, che teneva sotto il 
cilicio, conticcati nelle carne, l' uno sullo stomaco, V altro 
sopra le reni. 

Di tutto si abusava; san Francesco de Regis predicò per 
un giorno intiero e un' altra volta restò a confessare i fe- 
deli ventiquattro ore di seguito. 

E perchè si rimprovera che i santi dipinti o scolpiti 
abbiano l' aspetto contorto ed agitato, quando nelle biogra- 
fie sacre il miracolo si presenta con linee conformi? San 
Pacifico non rimase in aria cinque ore sull'altare moven- 
dosi liberamente ? Ma qual esempio artistico non può esser 
giustificato dal miracolo di san Giuseppe da Copertino? « Si 
sollevò sopra il suo popolo a volo — narra il biografo — 
andò difilato ad un confessionale ove un altro religioso ascol- 
tava le vergini da vestirsi del sagro abito, lo afferrò per la 
mano, sei portò e con istupendissimo ratto seco lo aggirò per 
il vano della chiesa a modo di ben ordinata danza, e ciò com- 
piuto, con infinito stupore delV adunato popolo ripose il buon 
confessore là onde lo aveva tolto. » 



— 82 — 

A così 'originali esplicazioni di santità dovevano natu- 
ralmente corrispondere le pratiche dei devoti, e alle non 
meno originali pratiche religiose doveva soddisfar 1' arte. 

Maria Casimira Sobiescka andava a gittarsi sul pavi- 
mento delle chiese e dentro ai conventi fra un codazzo di 
dame profumate, imbellettate. Maria Eleonora di Brande- 
burgo, di pieno giorno chiudeva le finestre di una stanza, 
tutta parata a nero, accendeva due ceri e si prostrava, 
gettando grida selvagge innanzi a una teca in cui era ri- 
posto il cuore del marito. 

Altri, intanto, esageravano i peccati e i godimenti. Si 
vedevano le dame col cavalier servente in chiesa e con 
r abate in teatro. Si facevano funerali macchinosi con mi- 
gliaia di ceri e si lasciavan cadaveri abbandonati lungo le 
vie. Era il medesimo disiquilibrio, lo stesso orgasmo delle 
facoltà, lo stesso isterismo morale che portava agli eccessi 
in tutto, comprese inevitabilmente le estrinsecazioni arti- 
stiche. 



Perciò la necessità del singolare e del sorprendente non 
poteva risparmiare le forme architettoniche, che alterò spesso 
con un' intinità di sovrapposizioni capricciose. La sobrietà 
nobile e tranquilla delle linee, scopo dell'architettura del 
Einascimento, fu allora (come ogni altro sentimento) per 
la massima parte travolta dal bisogno di contorti profili, 
d' ardlDientosi aggetti, ai quali corrisponde un vario giuoco 
di luci nelle cimase, nei colonnati, negli abbondanti fron- 
toni che talora s'alzano isolati, senza, cioè, partecipare al- 
l' organismo del monumento cui s' addossano pesantemente. 
Eppure anche quest'architettura, su cui gli storici del- 
l' arte sono soliti passare rapidamente come da un luogo in- 
fetto, ha lasciato superbe prove del suo valore. Il quale 
non sempre fu rivolto a trattare irrazionalmente le forme 
classiche o a vincer difficoltà e sbalordire, ma spesso si 
esercitò con generale o relativa semplicità. Quale critica 



— 83 — 

infatti, per quanto stretta nei pregiudizi, può non ammirare 
la facciata centrale del palazzo Barberini, dovuta al no- 
stro Lorenzo? 

Uno dei maggiori difetti del barocco, tanto in arte che 
in letteratura, sta nel disiquilibrio fra il pensiero e la forma. 
Spesso si vedeva con la lente, ossia si dava una dimensione 
esagerata a concetti minuscoli. Però il gravare di decora- 
zioni piccoli motivi arcliitettonici, il dare una forza musco- 
lare eccessiva a una piccola iigura d' angelo o di donna, il 
cantare in rima un pulcino con intonazione epica, sono cose 
che, se non maravigliavano in un tempo di sovreccitazione 
morale, come il seicento, non possono ora che sorprendere . 
chi viva fuori di quell'ambiente ed abbia l'occhio e l'animo 
diversamente educati. 

Ma quando alla grandiosità delle dimensione risponde 
quella del concetto ; quando insomma il poeta non mette 
l'elmo, la corrazza e il brando al pastorello, ma li dà al- 
l'eroe e, come lo Shakespeare, dà solenni parole a perso- 
naggi solenni; quando gli ornamenti non s'adagiano sopra 
un povero edificio mingherlino e male in gambe, ma sopra 
un organismo forte e ben ])roporzionato, come il superbo 
Colonnato di San Pietro e il palazzo di Montecitorio, allora 
anche in noi la concordia delle parti desta maraviglia ed 
ammirazione, e lì barocco scuote una fibra del nostro senso. 

E questo accade, senza neppure riflettere quanta parte 
di sproporzione sia veramente in quello stile, e quant' altra 
gli sia invece rimproverata ingiustamente, quando non si 
tenga conto di tutto ciò che è scomparso e che ne giu- 
stificava r effetto. 



Il Taine ha detto che girando per le vie e le piazze an- 
tiche di Siena, gli dava noia veder gente con ì" ombrello e 
col paletot, e che solo quando uscivano le compagnie delle 
diverse Contrade per la corsa del pallio, ei riusciva a in- 
travvedere un po' dell' armonia che una volta era passata 
fra il costume e l'edificio. 



— 84 - 

Ebbene: perchè rispetto ai monumenti barocchi non si 
fa r i(ientica riflessione ? Perchè non si pensa almeno che 
la mancanza d' unità può provenire dalla varietà dei costumi 
e delle decorazioni? 

Guardiamo alle splendide sale di teatro architettate dai 
Bibiena. A molti sembrano troppo gravate di mensole, di 
balaustri, e tormentate dalle curve. Ma se al pubblico d' oggi, 
con gli uomini dalle teste calve e tosate, insaccati in abiti 
grigi e neri, con le signore modestamente j)ettinate, potes- 
simo sostituire il magnifico pubblico del tempo, in cui i Bi- 
biena idearono quegli edifici, con le vesti damascate, le gale, 
le trine, i ricami dorati, i nastri, gli sbuffi, le piume, le 
parrucche monumentali, e illuminar tutto con migliaia di 
torce dentro e fuori dai palchetti, credete voi che le linee 
architettoniche parrebbero pesanti quali oggi i)aiono? 

Se in tante sale dei palazzi, le cui soffitte a stucchi 
sembrano gravare sulle nostre spalle, rimettessimo i vecchi 
mobili grandiosi, dorati e dipinti, e gli arazzi o i damaschi, 
e i diffusi lampadari e i quadri e gli specchi dalle cornici 
intagliate, e ne levassimo invece gli esigui mobilucci d' oggi 
e staccassimo dai muri le oleografie e i piccoli ritratti in 
fotografia, credete voi che le soffitte non paressero rialzarsi 
leggermente ? 

Se dinanzi ai palazzi e le chiese di Roma, vedessimo 
come un giorno passare la folla varia e vivace per fastosi 
costumi e le vaj'iopinte compagnie e le grandi carrozze dei 
principi e dei porporati, adorne di gioconde figure mitolo- 
giche, foderate di rasi, coi grossi cavalli sassoni, coperti di 
drappi, di ciondoli, di fiocchi, di pennacchi, credete voi che 
quei palazzi e quelle chiese sembrassero, come oggi, minac- 
ciare, comprimer quasi, del loro pondo la grama folla che 
sgambetta per le vie e le carrozzelle lerce dai cavalli che 
sembrano preparati anatomici ? 

Quale fosse questo rapporto di proporzioni e quali le 
Inevitabili esigenze decorative, lo si vede meglio che altrove 
in San Pietro, dove il Bernini alzò la cattedra e il baldac- 



— 85 — 

chino chiamato, con ben adatte parole, da Lelio Guidiccioni 
« degna casa d' Apostoli, erario del cielo, macchina eterna 
e sacrario di devozione. » Incolpare queir artista d' avere, 
con le sue decorazioni, sminuita l'idea michelangiolesca del 
tempio, può parer giusto soltanto a chi non considera quale 
alterazione avesse già portato nella basilica il Maderno con 
r aggiunta del lungo rettangolo anteriore, che ne aveva va- 
riate le dimensioni e l' idea rimpicciolendo 1' effetto. 

Le decorazioni, aggiunte dal Bernini, erano più che altro 
un tentativo per ridare al monumento parte della grandio- 
sità che aveva perduta. E che solo il suo stile largo, franco 
e dovizioso potesse convenire alle misure del luogo, ognuno 
può ben giudicare, quando, dopo aver guardati i suoi pode- 
rosi monumenti d'Urbano Vili e d'Alessandro VII, giri l'oc- 
chio a quello di Pio VII, opera del Thorwaldsen, e a quello 
di Pio Vili, opera del Tenerani, i quali nelle composte e 
levigate ligure sembrano miseri e glaciali. 



Lorenzo Bernini fu di^ questo fantastico mondo barocco 
il più grande rappresentante come, fu, si dica pure, corag- 
giosamente, dopo Michelangelo il più potente e imaginoso 
nostro artista. 

Le scolture e le architetture; cui abbiamo accennato, 
sono bastevoli a rendere immortale il suo nome, e perciò 
a giustificare gli onori ch'egli ebbe a' suoi tempi e la serie 
infinita de^ seguaci. Disse bene il Cicognara che « dove non 
oprò, diresse ; ove non diresse, influì ». 

Cercare vasta profondità di concepimenti nel Bernini e 
nella vita italiana del suo tempo, non è possibile. L' èra dei 
grandi pensatori in arte, apertasi con Griotto, s' era chiusa 
col Buonarroti, Né il temperamento religioso e letterario 
del seicento offriva più esempi che fossero d' incentivo alla 
trattazione artistica di grandi idee, come il ciclo giottesco 
d'Assisi e di Padova, le sale di Raffaello e l'opera miche- 
langiolesca della Cappella Sistina. 



— 86 — 

Ma la facilità del concepire, e del tradurre in fatto, 
edifici e figure ; la padronanza assoluta degli effetti, la pron- 
tezza nel trovare i più inaspettati espedienti, di fronte alle 
maggiori difficoltà, e il senso del grandioso, raggiunsero in 
lui il più alto grado. I problemi che risolse, quando ima- 
ginò il Colonnato, e trasformò la Scala Begia, danno intera 
la misura del suo genio. 

Alla quantità e alla forza dell' acqua, di cui poteva di- 
porre, subordinava il progetto delle fontane ; e sapeva sempre 
trarne partito così se pullulava bassa come se si librava in 
un getto ardito; se gemeva scarsa, o se incnlzava abbon- 
dante e fragorosa. 

Dipinge quadri (pochi restano e mediocri) sullo stile del 
Poussin, e disegna caricature e ritratti; scolpisce statue 
gigantesche e graziose statuette per gallerie e per sale; 
alza superbi palazzi e modella ornamenti di lettiga; disegna 
pavimenti e carrozze e inalbera obelischi: incornicia stemmi, 
scrive commedie, colorisce vaste scene, combina macchine 
a sorpresa, dirige fuochi d' allegrezza, alza catafalchi, pro- 
getta mascherate, e tutto anima con lo spirito pieno di ri- 
sorse, di coraggio e d'arguzia. 

Le acerbe lotte con gl'invidiosi e gli èmuli, le offese 
dei malevoli, e sino del fratello, non lo fiaccano. Non si 
avvilisce, se gli si ordina la demolizione di un campanile 
alzato da lui; non si spaventa se lo si accusa di aver ca- 
gionato, co' suoi lavori, fenditure nel gigantesco San Pietro. 
Egli lavora, lavora semi)re, lavora per tutti, per semplice 
diletto come per soddisfare alle richieste dei principi, dei Re 
e dei Papi, che lo coprono di oro e di ammirazione. 

Quale il mago della fiaba, muove montagne di marmo, 
laghi di metallo, fiumi d' acqua, e tutto trasforma in dilet- 
tose e poderose sembianze d' arte. 

E quest' arte sua corrisponde appunto alla grandiosità, 
alla ricchezza, al carattere dell'antica Roma dalla quale 
deriva, perchè (pur ne' suoi torcimenti) s'informa agli ordini 
classici, trattati dal Bernini (in ispece il dorico) in modo 
difficilmente superabile. 



E mentre qua, presso i ciclopici avanzi dell'urbe, le cat- 
tedrali cosidette gotiche con le sottili ogive, le rigide mem- 
brature, le guglie e i frastagli, parrebbero discordi, ben 
tuona all' unisono la voce stentorea del Bernini, al quale 
false attribuzioni di stravaganze non sue hanno inocurato 
critiche e dispregi. 

Ma anche quando, grazie agli studi che si compiono, 
sarà dato a lui, soltanto ciò che gli appartiene, le attribu- 
zioni resteranno a provare la popolarità, il desiderio dei 
Eomani, che tutto fosse uscito da quel cervello, ardente 
come il vulcano della sua patria. 

Perchè 1" aspetto predominante di Eoma è di lui, che ne 
fiancheggia le lunghe strade d'insigni palazzi, orna i fondi 
di obelischi, di scalee marmoree e di portici, anima le piazze 
col fremito e con lo scintillo delle fontane, accresce il fa- 
sto gentilizio con magnifiche ville e sejjolcri, e il fasto re- 
ligioso con una folla di chiese e di altari. Magnificenza unica 
al mondo, intorno e sulla quale sembra che anche la natura 
ami profondere il tesoro di una vegetazione piìi forte e di 
una luce più limpida e smagliante! 



Vecchio di ottandadue anni, Gian Lorenzo Bernini è assa- 
lito da lente febbri, alle quali sopravviene un insulto apo- 
plettico. 

Presso a morire si compiace di motteggiare coi disce- 
poli, coi parenti e sino col suo confessore, che, avendolo 
interrogato « sopra lo stato di quete dell' anima sua », sentì 
rispondersi: « Padre mio, io ho da render conto ad un Si- 
gnore, che, per sua bontà, non guarda ai mezzi baiocchi. » 
Accortosi d' avere perduta ogni forza nel braccio destro, 
disse : « Ben era dovere che questo braccio si riposasse al- 
quanto prima della mia morte, avendo egli tanto faticato in 
vita- » 

In Santa Maria Maggiore, sopra la tomba della sua fa- 
miglia, dove fu calato 1' ultimo giorno di novembre del 1680, 



è inciso: « j^iohilis familia Bernini hic resurrectionem expecfat » . 
Anche alla gloria del nostro Lorenzo potevasi riferire, sino 
a poco tempo indietro, l' umile epitaffio, perchè, battuta dal 
pseudoclassicismo, aspettava la sua risurrezione; maJa rin- 
novata ammirazione dei nostri giorni dimostra eh' essa è ben 
risorta ! 



[Discorso tenuto nel 1898 a Roma, in Campidoglio, pel terzo centenario 
dalla nascita del Bernini]. 



CRISTINA DI SVEZIA 



La pelle bianchissima, l' occhio azzurro e grande, la barba 
di un color biondo chiaro, quasi cinereo, procurarono a Gu- 
stavo Adolfo re di Svezia, ultimo dei Vasa, il soprannome 
di Gigante di neve. Eppure V unica figlia, che ebbe da Maria 
Eleonora di Brandeburgo, nacque e crebbe con la pelle fosca 
e pelosa, con voce dura e grossa, quasi di maschio. Così 
tutti gli storici descrivono Cristina salita al trono di Svezia 
nel 1632, di poco piti che sei anni. E ci fanno fede eh' era 
d'una bizzarria che talora degenerava in ferocia. La madre 
un giorno, rimproverandola, le disse che certe cose non le 
avrebbe fatte se fosse vissuto il padre. La giovinetta rispose 
crudelmente : « In tal caso ha fatto bene a morire ! » Ma 
come poteva Maria Eleonora accusarla di stramberia, s' ella 
medesima le era maestra ? Non paga di chiudere le finestre 
al giorno e rischiarare appena con languidi ceri la sua ca- 
mera tutta parata di nero, non paga di curvarsi in preghiera 
innanzi a una teca in cui era riposto il cuore di suo marito 
(come già il cuore d'Arrigo d'Inghilterra che si venerava 
in sul Tamigi), non paga d' abbandonarsi a clamorose dispe- 
razioni, obbligava anche la figlia ad assistere alle sue follie 
macabre. Cristina per sei lunghi anni n' ebbe lo spirito con- 
turbato. Di poi s' affaticò uello studio delle lingue, delle 
scienze e delle diverse letterature, giungendo a un grado di 
coltura rarissimo nelle donne di ogni tempo, unico a' suoi 
giorni. 

Era così spendereccia che non si arrischiò una volta di 
convocare il Consiglio, temendo che la notizia de' suoi de- 
biti lo scandalizzasse. D' altra parte avea profondamente, 



— 92 — 

sinceramente a noia le cure dello Stato, agitata dal desiderio 
di godere tutte le comodità e i diletti di una condizione li- 
bera e indipendente. Sopportò più che potè ; poi una mattina 
del giugno 165-t depose scettro e corona. 

All' abdicazione tenne dietro l' abiura del luteranismo, atto 
magnificato, gonfiato anzi dai cattolici apostolici romani come 
un avvenimento mondiale. Sulla abiura si fecero diverse ipo- 
tesi; chi la disse per conversione schietta, come Gregorio 
Leto; chi per capriccio di femmina; chi per dispetto; chi 
per delusione sofferta non avendo ottenuto l' amore del 
conte Magnus de la Gardie ; chi pel desiderio di procurarsi 
r affetto dei prìncipi italiani, decisa com' era di stabilirsi in 
Italia ; chi per la fede sicura che grandi, festose accoglienze 
r avrebbero accolta ; chi per altre ragioni ancora- Ma perchè 
cercare la vera causa della conversione in uno solo dei sup- 
posti fatti ? Tutti insieme dovettero contribuire alla decisione 
di Cristina, come le acque di molti ruscelli concorrono a 
formare una fiumana. 

I gesuiti le si misero subito attorno, e la cosa fu fatta. 
Partita dalla sua patria, or con veste di donna, or con veste 
di uomo, or con un misto dell' una e dell' altra, giunse a 
Bruxelles, dove, una delle ultime notti del 1054, abiurò nelle 
mani di Gian Battista Gomez, domenicano e suo confidente. 

Neil' aspettazione, molte città italiane e in ispecie Roma 
si preparavano a farle entusiastiche accoglienze, mentr' ella 
faceva spedire a Roma le sue magnifiche collezioni di quadri, 
di libri, di monete e di gioie. Si diceva che nessuna biblio- 
teca privata poteva eguagliare la sua: che enorme era il 
numero e il valore della sua raccolta numismatica e delle 
pietre preziose: che, infine, tra i suoi quadri, si trovavano 
opere di Raffaello e del Correggio. 

L' 8 aprile 1665 diveniva papa, col nome di Alessandro 
VII, Fabio Chigi. Con quale avvenimento più fausto della 
conversione di Cristina poteva iniziare il suo pontificato? 
Si preparò ad accoglierla con tutto lo splendore degno d'una 
regina che per Roma abbandonava la patria, la religione 




CkISIINA di I9VK7JA 



— 93 — 

degli avi e il trono. Nel settembre i preparativi erano co- 
minciati, e già si costruivano carrozze e si adornavano ap- 
partamenti. 

Ma nemmeno durante le prime feste Cristina seppe na- 
scondere r indole sua. Il residente di Toscana in Roma av- 
vertiva subito : « Ella è piena di ottima volontà, un poco 
vana, e gran servigio poteva fare alla cristianità restando 
in casa sua regina. » 

Cristina stessa confessava senza scrupoli : « Mes occupa- 
tions sont de bien manger et de bien dormir, étudier un 
peu, causer, rire et voir les comédies fran^aises, italiennes 
et espagnoles, et passer le temps agréablement. » 

Pratica sempre, la Signoria Veneta non credette oppor- 
tuno sciupar tempo e denari in un vano ricevimento. Fece 
perciò deviare la regina, dicendole che le condizioni sanita- 
rie del paese erano pessime e costituivano un jjericolo per 
lei e pel suo seguito. Le mandò qualche bel pesce in regalo, 
mentre passava da Dolo, e le fece fare tanti complimenti 
e buoni auguri di viaggio. 

Cristina capisce, dissimula, ringrazia e prosegue. Passato 
il Po, si prepara alle solennità bolognesi. 

Bologna era infatti la prima grande città dello Stato 
pontitìcio in cui la regina entrava. Le accoglienze furono 
quindi splendide e cordiali, e le cronache abbondano di par- 
ticolari e si dilungano in enfatiche descrizioni. Ma più delle 
parole giovano, questa volta, alcune miniature conservate 
neir Archivio di Stato di quella città : la prima delle quali 
rappresenta appunto l' ingresso di Cristina in Bologna. Apre 
il corteo una schiera di moschettieri, cui tengono dietro gli 
alabardieri, con in cima all' aste vaghe banderuole rosse 
filettate d' oro. I corazzieri, con le armature coperte in parte 
da una sopravveste scarlatta, sono seguiti da diversi militi 
che reggono lunghissime spade. Ed ecco la carrozza di Cri- 
stina, tutta, fuori e dentro, coperta di stoffa rossa, ricamata 
in oro, come il trono che sta in mezzo. La tirano tre coppie 
di cavalli bianchi. Vicino si addensano trombettieri, mazzieri, 



— 94 — 

gentiluomini a cavallo e tamburini. In fondo sorge il Palazzo 
Pubblico, alle cui finestre, adorne di tappeti rossi e turchini^ 
s'affolla un pubblico numeroso. Più in là vediamo una sce- 
netta del cerimoniale allora seguito. La carrozza reale è 
ferma. Cristina n'è discesa e sta inginocchiata sopra un cu- 
scino innanzi all' arcivescovo che le fa baciare una croce. 
L' arcivescovo è sotto un baldachino bianco sorretto da otto 
cavalieri dal mantello nero guernito d' armellino. Dietro as- 
sistono i canonici, mentre intorno gli alabardieri trattengono 
la folla che tenta irrompere d'ogni lato. 

Le cronache descrivono altre manifestazioni di gioia, 
come spari d' artiglierie, fuochi d' artifizio, funzioni in Duomo 
e in San Petronio, un ballo nella sala d' Ercole, una visita 
al Santuario della Madonna di San Luca ed ai musei d'U- 
lisse Aldrovandi, un pranzo con dame in maschera ed una 
giostra riprodotta anche questa dai miniatori ufficiali. Al 
ballo, Cristina portava la parrucca bionda riccia, spalmata 
di manteca e cosparsa di cipria, un fazzoletto al collo di 
punto genovese con nastro aranciato, come il giubbetto giam- 
bellotto guernito d' oro e d' argento. Uguale ricchezza di 
guarnizione copriva quasi interamente la sottana bigia. 

Passiamo oltre. Il viaggio in Romagna e nelle Marche 
non è meno solenne. A Cattolica conosce i Santinelli, di cui 
dovremo riparlare ; poi, per Fano ed Ancona, recasi al san- 
tuario di Loreto. Appena, da lontano, ne scorge la cupola, 
discende dalla carrozza e s' inginocchia devotamente. Giunta 
all' immagine della Madonna, fa dono d' una corona e d' uno 
scettro tempestati di gemme, e finalmente piega alla volta 
di Eoma. 

I preparativi in Roma eransi fatti con sollecitudine, es- 
sendosi lo stesso pontefice adoperato perchè tutto procedesse 
con attività ed ordine. Compiuta era la carrozza tutta adorna 
di pitture e di statue dorate, secondo il disegno del Bernini. 

Che importava se le spese crescevano e l' erario si esau- 
riva e la peste tornava a serpeggiare? Cristina entrò in 
Roma per Porta Portese la sera del 20 dicembre, e, seguita 



— 95 — 

da una lunga fiaccolata, andò nel quartiere d' Innocenzo Vili 
alla Torre dei Venti. Infinita era la gente accorsa per assi- 
stere a quel modo veramente nuovo d' entrare in incognito ! 

Un agente di Savoia scriveva a Torino che dopo la visita 
al papa, Cristina si sarebbe ritirata al palazzo Farnese « dove 
sarà spesata con tutta la famiglia dalla Camera Apostolica 
per lo spazio di tre mesi che dice volersi trattenere in questa 
città, se però non le assegnerà a tale effetto, per detto tempo, 
mille scudi il giorno, come più comunemente si crede oltre 
il donativo fattole dalla S. S. di una carrozza (quella dise- 
gnata dal Bernini) con sei bellissimi corsieri, di una lettiga 
e di una sedia di velluto turchino, coperta di trine d' argento, 
con tutti i fijiimenti compagni. » 

Finalmente si presentò al papa, al quale dopo tre inchini 
baciò il piede e le mani. Egli la sollevò garbatamente e la 
fece sedere in una sedia reale vestita di velluto cremisi. 
Tutto ciò, ripetiamo, sempre in incognito, che l' ingresso so- 
lenne in Eoma, il trionfo, lo spettacolo coreografico fu solo 
il 26. 

-vientre, di buon mattino, la cavalcata cominciava a met- 
tersi in ordine a Villa Giulia, una pioggia dirotta cadde su 
Eoma. Si pensava già a rimettere la festa, quando un bel 
raggio di sole illuminò la città, e il cielo a poco a poco si 
schiarì. In breve le strade furono piene di una folla curiosa, 
fitta, rumorosa. Cristina non si fece aspettare. « Elle parut 
comme une Impératrice victorieuse et une conquérante, mar- 
chant en triomphe d' une manière glorieuse et superbe». Il 
Claretta raccoglie che « aveva una sottana ed un giustacuore 
di colore sul bigio ricamato d' oro. Una mantelletta nera le 
copriva gli omeri, forse per celare il difetto d' una spalla. 
Aveva in testa un cappello a larghe falde attorniato da un 
cordone d'oro». L'inviato di Savoia dice che Cristina ca- 
valcò su sella da donna, mentre l'Arckenholtz trovò ch'era 
vestita da amazzone con piume diffuse al cappello e montava 
su cavallo bianco, tenendo le gambe al modo degli uomini. 



— 96 — 

Questo il Lilliecorna, al seguito della reoiiia in Fiandra 
e in Italia, conferma nel suo rapporto a Carlo Gustavo, ag- 
giungendo che le dame romane « étoient surprises de voir 
la Reine assise à cheval comme un cavalier, portant dea 
culottes chamarces » e si tranquillarono solo quando seppero 
eh' ella avea cuore ed abitudini d' eroina, e che sparava can- 
noni senza batter palpebra. Del resto, quello di cavalcare 
maschilmente era l' uso costante di Cristina e ne fanno fede 
gli scritti dei signori di Limiers e di Meiern, il quale ultimo 
aggiunse anzi che non e' era ragione a maravigliarsi perchè, 
a' suoi tempi, anche le dame inglesi facevano lo stesso. E 
la regina, per giunta, in molte altre cose metteva tratti vi- 
rili, e nemmeno facea grande stima delle donne. A Roma, 
infatti, non usò loro alcuna cortesia, le trattò freddamente 
rispondondo^appena al saluto, e passando. 

Eppure Girolamo Graziani, già noto per aver pubblicato 
da un lustro II conquisto di Granata, induceva la sua Musa 
a falsare, in un ritratto di Cristina, i caratteri fisici e mo- 
rali, lodandola per bellissima e per femminilmente delicata 
e sentimentale. Alberto Bally, che la vide a Parigi, dettò : 
« Elle est fort petite, un peu boiteuse, mal faite de corps, et 
de visage fort brun... Elle marche à grands pas, s' arréte 
peu et a la voix fort grosse. » 

Pareva un maschio, e sapeva di parerlo, e lo diceva. 
Quando le dame francesi le furono intorno con certa solle- 
citudine per baciarla, esclamò : « Quelle fureur ont ces da- 
mes à me baiser? Est-ce à cause que je ressemble à un 
homme ? » Nullameno la carne bruna, anzi fosca di lei, co- 
perta d' una lieve ma fitta lanugine, il profilo risoluto, aspro 
quasi, di quel volto singolare, dalle sopracciglia troppo ar- 
cuate, dal naso troppo lungo, dalla bocca larga e dal mento 
sottile ed arguto ; in fine la sua voce baritonale e certe 
angolosità e durezze di gesto non distoglievano il letterato 
adulatore dallo . scrivere : 

Nevi di Svezia in paragon cedete 

de la mano e del seno al bel candore. 



— 97 — 

e in paragon de 1' aureo crin perdete 
miniere d' India il prezioso onore. 
Voi porpore a' suoi labbri e voi men belle 
ai suoi begli occhi impallidite o stelle. 

Superbo queir aureo crine ! Una parrucca gialla sopra il 
capo spelato eh' ella si faceva radere ! Vere ciurmerie 
poetiche compensate in qualche guisa dal celebre e tardo 
epigramma : 

A sa jupe courte et légère 
à son pourpoint, a son collet, 
au chapeau chargé d'un plumet, 
au ruban ponceau, qui pendoit 
et par devant et par derrière, 
à sa mine galante et fiere 
d' Amazone et Avanturière : 
à ce nez de Consul Eomain, 
à cette fierté d' héroine, 
à ce grand oeil tendre et hautain : 
soudain je reconnus Christine. 
Christine des arts le maintien, 
Christine qui ceda pour rien 
et son roiaume et votre Eglise ; 
qui connut tout et crut rien; 
que le saint Pére canonise, 
que damnent les Luthériens, 
que la glorie immortalise! 

Discesa presso la gradinata di San Pietro, salì alla fun- 
zione. 

L' indomani il papa la trattenne a desinare, in un tavo- 
lino poco distante dal suo e un po' più basso, servita da 
don Antonio della Cueva, dal marchese Bentivoglio e dal 
conte Santinelli. Calata nel pomeriggio a visitare le reliquie 
di san Pietro, passò sul tardi, fra le torcie, dalla Torre dei 
Venti al palazzo Farnese, dove si mostrò ammirata dell' ap- 
partamento che le era destinato. 



— 96 — 

Il papa aveva fatto provvedere a tutto. La cantina era 
fornita di vini prelibati, e la dispensa di prosciutti, di cera, 
di zucchero e cose simili. Ma con lei entrò il disordine, che 
alcuni suoi servi rubarono sino dei mobili e tagliaron pezzi 
d' arazzo e fregi e levarono gronde di rame dal tetto. 

Cristina vi ricevette presto la visita del papa e di molti 
cardinali con cerimoniale che sarebbe troppo lungo descri- 
vere. Ella certamente si teneva in contegno per quanto po- 
teva, ma la sua natura fantastica ad ora ad ora prorompeva 
in atti che, se non indispettivano, imbarazzavano Sua Santità. 
Com" era doloroso per lui dover rinunciare alla speranza, 
nutrita da principio, che ella avrebbe vissuta una vita di 
riserbo, quasi monacale, e sarebbe stata esempio di sobrietà, 
di raccoglimento mistico e di virtìi ! 

Non tardava infatti Cristina, scrivendo alla contessa di 
Sparre, a far un ben triste ritratto della città eterna : « O 
bella contessa, ci sono statue, obelischi, palazzi sontuosi; 
ma non ci sono uomini ! » 

In una visita a Castel Sant' Angelo lasciò un fondo ai 
trombettieri perchè suonassero sinfonie all'aurora di ogni 
dì. Era un uso comune in altre città e da lei forse ammirato 
in Bologna, come anche era un uso del tempo quello di vi- 
sitare monasteri ed ospedali. Assai più di queste bazzecole,^ 
doveva dunque seccare al nuovo pontefice veder come la 
neo-cattolica s'abbandonasse spietatamente ai divertimenti 
del carnevale, che per ciò appunto fu detto il rarnevale 
della regina, e, durante il quale, si corsero undici pallii e 
si fecero infinite feste di ballo. 

Ma r atto, di cui allora più si parlò, fu l' istituzione della 
sua Accademia Eeale, che poi divenne 1' Arcadia, nel palazzo 
Riario, dove più di due secoli e mezzo prima aveva abitato 
Caterina Sforza. 

All' antica principessa austera, risoluta, dal forte senno 
politico, subentrava ora la donna del seicento, bizzarra, in- 
costante, solo in una cosa paragonabile all' altra, nel corag- 
gio. La nuova Accademia surse per tutta iniziativa di Cri- 



— 99 — 

stina, la quale diede subito norme sane come quelle di ban- 
dire la satira personale e i panegirici a lei. Anche dovevano 
entrarvi soltanto uomini ragguardevoli, ma ella stessa v' in- 
trodusse i Santinelli spadroneggianti oramai — in ispecie 
Francesco — nella sua corte. Essi però sapevano ballare e 
vestivano elegantemente, due qualità che molta parte della 
nobilita apprezzava più dell'ingegno. 

Intanto ad Alessandro VII crescevano i sopraccapi e i 
fastidi per la sua convertita che pretendeva costantemente 
onoranze eccessive, superiori alla prammatica e al cerimo- 
niale in uso. Non rinunziò ella a visitare il Campidoglio 
perchè i Senatori si rifiutarono di riceverla a capo scoperto 
accampando che appunto a capo coperto i loro predecessori 
avevano ricevuto un imperatore come Carlo V? Ed è vera- 
mente curioso eh' ella presistesse ognor più a manifestare 
pretese su pretese, quando a sua volta mancava alle norme 
più semplici della devozione frequentando gli altari senza il 
rosario e senza libri di preghiera. 

Ma le pratiche religiose erano una fatica noiosissima per 
lei che vera passione dimostrava solo per la sua Accademia, 
per le commedie e i drammi musicali. S' era messa sino a 
studiar canto con sommo dispiacere del Papa. Ma ben altre 
pillole il povero vecchio doveva ingoiare! Da un dispetto, 
da un capriccio di lei potevano nascere danni sensibili alla 
religione, proprio quando la sua conversione cominciava a 
produrre utili risultati, avendola imitata il marchese di Sultz- 
bach. Alla corte pontificia si sopportava tutto con santa 
pazienza, e s' andava anche coi piedi di piombo nel farla 
avvertita dei danni cui poteva andare incontro. 

Facile però era accorgersi sin da principio che Cristina 
con le sue stranezze avrebbe finito per divenire la favola 
di Roma e perdere il prestigio dapprima esercitato sul pub- 
blico ; il quale, una sera, al teatro Barberini, dopo averla 
aspettata lungamente, perchè la rappresentazione potesse 
cominciare, al suo apparire 1' accolse con urli e fischi. Cristina 
s'inchinò ringraziando, atto di sprezzante confidenza non 



— 100 — 

degno certo d' una sovrana ! E peggio fece ancora quando, 
ad un simile dispetto del pubblico, per un nuovo indugio, 
rispose fischiando da parte sua. 

La plebe cessò allora di rispettarla. Al corso le rivolse 
motti poco puliti, cui ella rispose ridendo. Ai rimproveri, 
invece, che le venivano dall' alto, sino dal pontefice, pareva 
attendesse compunta; ma due minuti dopo, data una scrol- 
latina di spalle, badava a fare i comodi suoi, fino a costrin- 
gere il pontefice ad aspettarla in una chiesa dove non si 
recò che quando lo seppe partito. 

Nella scelta del confidente religioso ella aveva seguito 
fini criteri, diremo così, d' estetica ! Il cardinal Decio Azzo- 
lini da Fermo non era soltanto un ingegno pronto e vivace, 
un parlatore brillante, ma anche un magnifico uomo, cele- 
brato e favorito dalle dame. La origine della conoscenza sua 
con Cristina si pretendeva risalisse ad una galanteria. Vo- 
lendo colei discendere dalla carrozza presso S. Luigi dei 
Francesi e non sapendo dove porre il piede, tanto la via 
era limacciosa, egli, poco lontano, accorse, si levò la man- 
tellina, la stese sul fango, e la regina passò. Falso o vero, 
il fatto, in se ben poco importante, resterebbe a provare 
che r Azzolini passava per un uomo galante. L'epigramma 
infatti del signor di Coulanges è assai più maligno che la 
storiella del mantello. 

Mais Azolin dans Eome 
sceut charmer ses ennemis. 
Elle eùt sans ce grand homme 
passe des tristes nuits. 

L' autorità dell' Azzolini sull' animo di Cristina era tale 
che lo stesso pontefice si serviva di lui per intermediario 
quando voleva farle arrivare utili consigli. Invece, com'era 
a prevedersi, il cardinale le suggeriva le scuse e la tattica 
per avere soccorsi consigliandole nei casi gravi la minaccia 
di rimpatriare : minaccia che faceva subito Alessandro ar- 
rendevole. Prometteva poi di vivere calma e rassegnata ; e, 



— 101 — 

promettendo soltanto, spillava danari al Papa quando già 
r erario era tormentato dalla siccità. Ottenuto quanto voleva, 
si ribellava, e ad Alessandro, che le consigliava di ritirarsi, 
durante la peste, in un monastero, rispondeva di non esser 
nata per vivere fra quattro mura e di voler morire sul 
campo di battaglia. Il Provana soggiungeva ingenuamente : 
« Io non so che guerra voglia esser questa ! » mentre il suo 
dubbio aveva un' efficace risposta in tutta la condotta di 
Cristina. La quale invece si preparava alla partenza e per 
mettere insieme quattrini impegnava i gioielli e vendeva 
malamente carrozze e cavalli. 

Se n' andò una sera di luglio, e il timore del contagio 
non fu che la scusa per giustificare il viaggio che voleva 
fare in Francia e in Germania. Andò fino a Civitavecchia 
a cavallo, accompagnata da parecchi cardinali e provvigio- 
nata dal Papa. « Aveva indosso, dice il Claretta, un giusta- 
cuore, una gala di trina, una sottana di colore sul bigio, 
solo a metà gamba ; una ciarpa a traverso la vita ; calze e 
scarpe bianche con rosetta nera, ed in testa una parrucca 
incipj'iata ». Tiitt' insieme, una bella caricatura! 

Cristina giunse in Francia dopo un viaggio non perico- 
loso, ma penosissimo pel caldo. L' 8 settembre del 1656 fece 
il suo ingresso a Parigi. Là, più presto che a Roma, capi- 
rono tutto il lato singolare del suo carattere. La figlia di 
Gastone d'Orléans, madamigella di Montpensier, restò sba- 
lordita da' suoi gesti alla commedia : « Là elle me surprit ; 
pour louer les endroits qui lui plaisoient, elle juroit Dieu, 
se couchoit dans sa chaise, jettoit ses jambes d'un coté et 
d'autre, et faisoit des postures peu décentes. » 

Cristina passò in Piemonte, e la visita spiacque alla 
Corte di Savoia, che già aveva fatte delicate pratiche per 
allontanare quella noia. Ma non c'è peggior sordo di chi 
non vuol intendere! Ammirata dunque la ròcca di Monmegliano,. 
superato il Cenisio, discesa alla Badia Novaliciense, in breve 
giunse a Torino, incontrata oltre Susa da Carlo Emanuele IL 



— 102 — 

La corte di Savoia non era però tale da mancare all' eti- 
chetta. Una volta che la regina era venuta, bisognava rice- 
verla con tutti gli onori. Il suo ingresso in Torino fu addi- 
ritura trionfale, e trionfali furono le feste fattele per dieci 
giorni quantunque con grande disagio della Corte, dei cit- 
tadini e del Municipio. La sua partenza fu quindi più gra- 
dita che il suo arrivo. Oramai tutti si mostravano contrariati 
dalle sue visite. Si diceva anche che il cardinal Mazzarino 
le avesse fatto capire che una seconda visita in Francia, a 
spese dello Stato, non sarebbe stata bene accetta, come si 
diceva pure che il re di Svezia, il quale aveva ragione di 
temer seccature da lei, le avesse promesso una bella somma 
qualora fosse ritornata subito a Roma. E vero che taluni 
la sopportavano ancora, ma perchè credevano di levar qualche 
vantaggio dalle sue intromissioni politiche, da lei audace- 
mente ripetute senza darsi per intesa delle più dure ripulse. 

Durante il ritorno, a Pesaro cadde inferma. Vi rimase 
in attesa di poter rientrare in Roma ; ma ben presto mutò 
pensiero e, come fu pienamente ristabilita, ripassò in Francia, 
con qualche fatica, perchè i tìumi e i torrenti piemontesi 
erano gonfi da lunghe pioggie. 

Le era compagno nel viaggio il marchese Rinaldo Mo- 
naldeschi, suo grande scudiero, uomo d'aspetto bello e forte, 
giovine ancora, di modi distinti, da lei non solo tenuto pel 
cerimoniale, ma spedito talora come nunzio politico. 

Cornelio Capitoni, in una lettera scritta da Parigi il 
15 novembre 1657, fa credere che il Monaldeschi, indotto 
da gelosia, avesse scritto a Cristina una o più lettere ano- 
nime avvisandola che Francesco Santinelli andava raccon- 
tando, per vanteria, particolari piccanti e indiscretezze sulle 
relazioni molto intime passate fra lui e lei ; e ciò per met- 
tere in mala vista il conte Santinelli. 

Dalle diverse relazioni del tragico avvenimento di cui 
ora parleremo, non si rileva mai chiaramente la natura del 
tradimento del Monaldeschi e tutto si copre con frasi vaghe 
ed ambigue, le quali avevano alimentato il sospetto che 







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— 103 — 

le indiscrezioni del marchese fossero di un' indole, per una 
sovrana convertita, assai più delicata che una semplice briga 
politica. Ma noi abbiamo trovato in un raro libeHo (tale per 
mole e per contenuto) sconosciuto ai biografi di Cristina 
vecchi e nuovi, una esplicita accusa fatta da un anonimo 
dieci anni appena dopo il grave avvenimento, mentre, cioè, 
Cristina era viva e sana. Il libercolo in dodicesimo ha questo 
titolo: «Li, doppia impiccata, o vero esposizione della Ne- 
cessità all' Augustissimo Tribunale della Sapienza contro le 
raggioni della Doppia » (Orbitello, apresso Cesare Cesari, 
nell'anno 1667). In esse alla pagina 39 è chiaramenre detto: 
« Griovanni Rinaldo Monaldeschi Gentil' huomo della Eegina 
di Svetia non fu a forza di Doppie (ossia da sicari prezzo- 
lati) trucidato in Fontanabbò per ordine della xuedema Re- 
gina ; essendosi lasciato uscir di bocca, che, già Gentil' huomo 
della Corte, V haveva sua Maestà fatto suo sposo secreto ? » Che 
tale fosse realmente la ragione del terribile castigo, noi cre- 
diamo. Altrimenti non si spiegherebbe il silenzio prudente 
d'altri contemporanei, e sopratutto la decisione ferrea e 
cattiva di Cristina, presso la quale a nulla valsero le vive 
preghiere d' un religioso e i singulti della vittima. In tutti 
i modi le parole sicure dell' anonimo autore della Doppia 
impiccata ci rivelano quale fosse, in proposito, l'opinione 
del tempo. 

Ella, in sua vita, dopo un bagno d'acqua santa, volle 
un bagno di sangue. E si mantenne tenacemente ferma nel 
suo « punto d" onore » mostrandosi sempre soddisfatta della 
morte del Monaldeschi e conducendo nei giorni seguenti 
all' assassinio, quanti la visitavano, a vedere « il sangue ed 
il luogo dove aveva fatto uccidere il marchese. » Così scri- 
veva il cav. Vincenzo Berò, segretario della legazione di 
Savoia in Parigi, né si può certo mettere in dubbio, perchè 
la stessa Cristina, in una sua lettera edita da Arvède Barine, 
dichiarava recisamente: « Pour l'action que j'ai faite avec 
Monaldeschi je vous dis, que, si je ne l' avais faite, je ne 
me coucherais pas ce soir sans la faire. » 



— 104 — 

Il delitto fu consumato con una ferocia senza pari, e i 
sicari furono quasi tutti pesaresi. L' Arckenholtz pubblicò 
due relazioni, la seconda delle quali, del padre Le Bel, resta 
tuttora la più sicura. Cristina infatti mandò a chiamare 
proprio lui, Le Bel, e gli consegnò con tutta segretezza un 
fascio di carte. Un giorno o due dopo lo fece richiamare 
ed entrare in una sala dov' ella si trovava insieme al Monal- 
deschi e ad altre tre persone fra cui Lodovico Santinelli. 
Cristina, fattosi allora restituire il pacco, ne levò alcune 
copie di lettere e le diede al marchese perchè le vedesse e 
leggesse, e gli chiese, con voce forte e piena di calore, se 
le conosceva. Il Marchese, confuso, tremante, negava, quan- 
di ella trasse e gli mise innanzi gli originali terribilmente in- 
calzandolo di domande sino a che dalle scuse egli fu passato 
alle confessioni e le si fu gettato ai piedi domandando per- 
dono. E, poiché i tre sicari sguainavano le spade, si alzò 
seguendo qua e là la regina e supplicandola ad ascoltare le 
sue giustificazioni. Ella, dopo aver pazientato a lungo, s'av- 
vicinò al Monaldeschi appoggiandosi ad un bastoncino d' e- 
bano col pomo rotondo, e voltatasi al priore Le Bel disse: 
« Siete testimonio che io non precipito nulla e che gli ho 
dato tempo a giustificarsi. » Il marchese consegnò poi altre 
carte e tre chiavi alla regina che alfine con voce alta e ri- 
soluta disse a] priore : « Mon Pere, je vous laisse cette 
homme entre les mains, disposez-le à la mort, et ayez soin 
de son a me. » 

Al pari forse del marchese, lo stesso Le Bel rimase stor- 
dito a tali parole e si curvò, con le braccia in croce, pian- 
gendo e chiedendo grazia pel morituro. Ella mostrò d' essere 
incrollabile in questa sentenza, e, dopo aver confermata la 
sua volontà, uscì lasciando il priore coi tre uomini dalla 
spada sguainata. 

II Monaldeschi scongiurò di nuovo il religioso, perchè 
parlasse a Cristina, ma i tre manigoldi lo invitarono a con- 
fessarsi, tenendogli sempre le spade alle reni. Poi uno di 
loro, commosso, tornò alla regina inutilmente. Eientrando- 



— 105 — 

nella sala siisurrò: « Marquis, pense a Dieu et à ton lìme: 
il faut mourir. » Alle disperate proteste dell'infelice, anche 
il priore volle riparlare a Cristina. La trovò tranquilla e 
serena, ma ferma. Non valsero ragioni di pietà, richiami alla 
misericordia di Dio, al perdono dato sul Calvario da Gesù 
Cristo ; non valsero argomenti d' ordine morale e politico ; 
il fatto stesso eh' ella si trovava in una nazione straniera 
e nel palazzo di un re ; non valse che le dimostrasse le con- 
seguenze di tale esecuzione. Cristina risj)ose poche volte e 
sempre con lo stesso tono calmo, senz' ombra di impazienza, 
che il Monaldeschi doveva morire. E curiosissima e miste- 
riosa la conclusione del priore : « Elle ne pouvoit plus re- 
culer, sans se mettre en perii de la vie, si le marquis écha- 
poit. » Dovette tornare con la sentenza riconfermata per la 
terza volta. Il Monaldeschi gettò due o tre gridi strazianti; 
poi, ricaduto in ginocchio, singhiozzante cominciò la confes- 
sione. 

Entrato Ìji quel frattempo l' Elemosiniere per interrogarlo 
sopra un dubbio, il marchese si levò e corse a lui per sup- 
plicarlo ancora. Parlarono sommessamente in vm angolo della 
sala tenendosi per mano, poi l'Elemosiniere uscì di nuovo 
I col capo dei tre, che però non si fece aspettar molto e tornò 
con la sentenza inappellabile : « Marquis, demande pardon à 
Dieu, car sans plus tarder il faut mourir. Es-tu confesse ? » 
Pronunciando queste parole, lo spinse contro il muro in 
fondo alla galleria e lo ferì con una puntata a destra dello 
stomaco. Il marchese cercò di difendersi afferrando la spada, 
ma si tagliò tre dita, miracolosamente, trovarono alcuni, 
perchè erano le tre dita di cui si era servito per iscrivere 
le lettere incriminate! Al colpo, il ferro essendosi torto, si 
capì che una buona maglia o corazza proteggeva il petto 
di Rinaldo Monaldeschi. L' aguzzino allora gli fece ima larga 
ferita nella faccia, ond' egli tutto sanguinoso gridò : « Oh, 
padre » e si piegò con un ginocchio a terra chiamando a 
riprese Iddio; poi cadde riverso. 



— 106 — 

Il Capitoni racconta che, a questo punto, Lodovico San- 
tinelli legò le braccia dietro al paziente, poi gli diede un 
terribile manrovescio. E certo che un altro gli fu addosso 
e lo col])ì alla testa, ed egli fece un gesto che parv^e sup- 
plicare clie per finirla gli tagliassero il collo ; gesto che in- 
fatti gli procurò alcune ferite. Si aprì la porta e ricomparve 
l'Elemosiniere. Il Monaldeschi rialzò a stento il capo e si 
trascinò allo zoccolo dell' aula ; ma il manigoldo ultimo gli 
corse sopra e lo scannò come una bestia da macello. Il Mo- 
naldeschi, ripiegato sul fianco destro, gettò un ultimo ran- 
tolo : poi, per più di un quarto d' ora, s' udì il gorgoglio del 
sangue. 

Il capo dei tre, come lo vide morto, trafugate le sue 
vesti, trovò un piccolo coltello e un libretto di preghiere, 

Tostochè la regina fu informata della vii morte di quel 
suo cortigiano, così ferocemente trucidato, rimpianse d' essere 
stata obbligata a tale eccesso, pregò Dio di perdonare al- 
l'ucciso e ordinò che si dicessero molte messe per l'anima 
sua « per supplicare la Bontà divina ad accogliere l' anima 
del defunto in paradiso. » Storici vecchi e nuovi vedono in 
ciò qualche circostanza attenuante che mostra il buon cuore 
di Cristina ! La pietà postuma di lei, almeno per noi, è ri- 
pugnante e nuli' altro ci appare se non un codicillo gesuitico 
all'atto malvagio, anche se grave e imprudente era stato 
il fallo del marchese ! Più tardi la regina scriveva : « Aimer 
ses ennemis est un acte héroìque, digne en quelque fa^on 
de Dieu qui l'ordonne. » Eppure non mancò chi allora la 
proclamasse pietosa nella severità ! Non e' è da maravigliarsi : 
Cristina stessa insegnava che « l' ypocrisie déguise mieux 
que tous les masques de carnaval. » 

La regina fu ricevuta a Corapiègne freddamente, e ciò 
forse la persuase a non prolungare troppo la sua dimora in 
Francia. Tornò infatti a Eoma nella prima metà del maggio- 
seguente, senza menomamente preoccuparsi della grandissima 
e bruttissima impressione prodottavi dalla morte del Monal- 
deschi. Già a Francesco Sautinelli nelle strade dicevano: 



— 107 — 

« Ecco il fratello del boia. » E costui e la regina erano ornai 
ritenuti, lo diremo con frase moderna, capaci a delinquere, 
tantoché, essendo, poco pivi tardi, morto improvvisamente 
il musico Alessandro Cecconi, furono accusati di averlo av- 
velenato. Il papa, vivamente colpito dai fatti e dalie ciarle, 
aveva scritto a Cristina consigliandola di nuovo ad entrare 
in un monastero, mentr'ella si trovava ancora a Pesaro. 
Cristina non rispose nemmeno e presto ricomparve a Roma, 
non ricevuta con la consueta solennità, ma visitata a poco 
a poco dal Sacro Collegio e dal papa che le mandò per 
giunta quattrocento fiaschi di vino prelibato. 

Intanto, accorgendosi il Santinelli che a corte la sua 
autorità cresceva sempre, finì per eccitare la regina ad in- 
frammettersi nelle sue brighe per isposare la duchessa di 
Ceri, la quale, per lui s' era sbarazzata del primo marito, 
mercè il valido aiuto delV acqua tofana. Ma la duchessa fu 
per ordine del papa bellamente arrestata in casa, chiusa in 
una carrozza e portata al convento di San Silvestro. 

Cristina allora si volgeva ad altre occupazioni ; teneva 
accademie, raccoglieva libri e monete, difendeva i violenti 
soldati di sua guardia contro le proteste e le ire del car- 
dinal Chigi e del governatore di Roma ; per far danari ven- 
deva i finimenti de' suoi cavalli ; proteggeva il suo Santinelli 
sino alla presenza del papa in una udienza che durò due 
ore. 

Dopo questi avvenimenti, la regina, incalzata anche dalla 
questione economica, si mostrò un poco temperata. All'in- 
contra, il Santinelli e la duchessa di Ceri non rallentarono 
la loro congiura amorosa, cosicché ella fu trasferita in Ca- 
stel Sant' Angelo, in alcune celle anguste ; e, poco dopo, egli 
fu obbligato in bella maniera ad abbandonare Roma col pre- 
testo di un' ambasceria all' imperatore. Ma anche per gente 
di tale natura «• amore non conosce lignaggio, né vassal- 
laggio. » Nove anni dopo, la duchessa di Ceri trovò modo 
di fuggire da Napoli a Castiglione della Pescaia ove sposò 
r adorato Santinelli. 



— 108 — 

Cristina, che per un istante aveva rallentati i suoi in- 
trighi, trovò modo di rifarsi tormentando con mille dispetti 
r ambasciatore di Sav^oia, e cessando solo distratta da mag- 
gior cura, per la morte di Carlo Gustavo di Svezia cui suc- 
cedeva il figliuoletto avuto da Edvige Eleonora d'Holstein. 
Adolfo Giovanni, fratello dell'estinto, aveva diritti alla reg- 
genza. Fu allora che Cristina decise di fare un viaggio in 
patria e, spento appena un incendio delle sue scuderie, dopo 
aver raccolti danari, con poco sèguito, partì il 23 agosto. 
In patria fu trattata indegnamente ; a lei e agli Italiani del 
suo seguito furono fatte scortesie d' ogni sorta, cosicché 
credè bene di tornarsene a Eoma. Fu distratta un poco nel 
suo ritorno da Gian Francesco Borri, alchimista e astrologo, 
fuggito da Amsterdam e che allora viveva ad Amburgo. 
Anche Cristina doveva dunque essere attratta dalla miste- 
riosa ciurmerla e profondervi migliaia di scudi. Si mise a 
cercare la pietra filosofale prima col Borri, poi con un tal 
Bandiera bolognese, sul quale, nei momenti di dispetto, sfo- 
gava sonoramente a schiaffi l'ira sua. 

Oramai era circondata da tutti tipi comici ed equivoci,^ 
e di loro si serviva o per loro si moveva. Basti dire che^ 
dopo un feroce conflitto, tra Francesi e Corsi, non si peri- 
tava di mandare ambasciatore in Francia il d' Alibert, specie 
d'impresario, sempre in angustie, fondatore del teatro a 
Eoma e, come tale, da lei nominato suo.... segretario d'am- 
basciata ; basti infine dire che, piìi tardi, riannodava le re- 
lazioni con la duchessa di Savoia in grazia del musico Giu- 
seppe Bianchi protetto della regina. La duchessa desiderava 
che costui restasse a Torino, e per questo appunto fra le 
due sovrane passarono più pratiche e più lettere, che non 
pel maggiore degli affari diplomatici, e saltò fuori, per una 
seconda volta, la faccenda dei manoscritti di Pirro Ligorio,^ 
il prestito dei quali, da parte della duchessa, doveva valere 
il prestito del cantante. Ma poi la corte di Savoia tempo- 
reggiò sino a restituire il cantore senza aver prestato i 
manoscritti. 



- 109 — 

Nel 1666 Cristina tornando in Isvezia accoglieva al suo 
servizio Orazio di Borbone, una canaglia di tre cotte, che, 
come tutti gli avventurieri del tempo, aveva solenne aspetto, 
facile e brillante parola. 

Ad Amburgo però le giunse per lettera la notizia della 
morte d' Alessandro VII, cui successe (20 giugno 1667) Giulio 
Eospigliosì di Pistoia col nome di Clemente IX. Il nuovo 
papa, con viva soddisfazione di Cristina, nominò segretario 
il cardinale Azzolini, favorito di lei. 

Il suo ritorno in Roma fu solennizzato dal nuovo papa 
con tutta cordialità. Fece sparare l' artiglieria e mandò a 
Cristina ogni sorta di leccornie per cento servitori seguiti 
da sessanta palafrenieri con torcie accese. Sorpresa di così 
bel principio, ella sollecitò ed ottenne da Clemente alcuni 
privilegi di cerimoniale, invano richiesti sotto Alessandro. 
In carnevale potè anche, senza tanti scrupoli, spassarsela 
in commedie e conversazioni. 

Delle relazioni di Cristina con la Polonia e della pro- 
posta mossa da Roma ai Polacchi, perchè V accettassero per 
regina, già scrisse Arvède Barine. Dopoché Casimiro Gio- 
vanni, odiatissimo, rimasto vedovo, ebbe rinunziato alla co- 
rona di Polonia, la Corte Romana si adoperò tosto a dargli 
un successore e propose la regina di Svezia con istudio forse 
che se n' andasse di Roma e liberasse la città dalle sue 
stramberie e dalle sue pazze esigenze. Ella però condusse 
con avvedutezza la pratica di quel diffìcile negozio. In alcune 
cose si mostrò risolutissima : « Dichiaro che quando si vo- 
lesse da me questa obbligazione di maritarmi a gusto loro, 
io eleggo piuttosto di ricusare alla loro corona, che di ac- 
cettare mai una così iniqua e crudele cosa. » Fra le oppo- 
sizioni sollevatele contro, ci fu anche quella d' aver fatto 
trucidare il Monaldeschi ; ma ella persistette sempre a so- 
stenerla una cosa ben fatta. Il risultato del progetto papale 
e delle brighe di Cristina è noto. Nel giugno del 1669 saliva 
al trono di Polonia Michele Koribut Wiesnowiski. 



— 110 — 

Poco dopo moriva Clemente IX, al quale successe il car- 
dinale Emilio Altieri romano, col nome di Clemente X. De- 
crepito d' anni ed ultimo del suo ramo, si sperava che non 
avrebbe fatto nepotismo aiutando lontani parenti! Ma il 
vizio nei pontefici era troppo inveterato. Cristina non trova 
fortuna presso di lui. Quando per favorire il eonte d' Alibert 
pregò il papa di concedere che si recitasse al Tordinona per 
tutto l' anno, il papa rispose con un diniego reciso, cui ne 
seguirono altri non meno risoluti, tanto che per qualche 
tempo la regina dovette consolarsi unicamente alle sedute 
della sua accadeinia. 

Clemente moriva presto, ed Innocenzo XI, detto altri- 
menti il 2Jrti'« Minga, riusciva eletto dal conclave (31 set- 
tembre 1676) con sorpresa di tutti i cardinali, perchè cia- 
scuno d' essi, dandogli il voto, credeva che gli altri se ne 
astenessero- Ma il successo è sempre stato ammirato, e gli 
avversari corsero ad inchinarlo e fra costoro Cristina che 
gli baciò il piede. 

Papa Minga era un uomo giusto, severo, amante dell' or- 
dine, risoluto di porre una remora a tutti gli abusi e alla 
viltà del nepotismo. Cristina, mancando di aiuti economici, 
se n'accorse ben presto. Per un momento anzi fu così sco- 
rata, che quasi pensò d'entrare nel monastero di Santa Ce- 
cilia, mentre il suo d' Alibert si disperava per le disposizioni 
prese dal pontefice contro il teatro, disposizioni che dove- 
vano spingerlo a tentar fortuna altrove. 

Innocenzo un giorno, passando dal palazzo di Cristina, 
salì a visitarla. Se costei concepì qualche speranza da tanta 
degnazione, dovè tosto disilludersi, perchè, recatasi a chie- 
dergli tre cose che il corrispondente di Savoia dice lecite, 
ebbe per tutta risposta tre alzate di spalle. Non molto dopo 
lo stesso Innocenzo faceva imprigionare il teologo di lei. e, 
la rimproverava strapazzandola d' aver intrigato per la no- 
mina dell' Auditore di Eofa. Ella allora cominciò a stridere 
come im i)ipistrello inchiodato ; ma poi finì per consolarsi 
trovando nuovo modo di litigare pel titolo d' eccellenza che 



— Ili — 

voleva fosse dato al marchese Del Monte suo cavallerizzo 
maggiore. Questa singolare pretesa, per poco, in grazia de' 
dispetti del cardinal d' Estrées, non diventò un affare di 
Stato. 

D' altra parte Innocenzo doveva rendersi novellamente 
odioso alla regina per le sue leggi suntuarie, leggi contro 
le mode di Francia e il soverchio lusso. Veramente Cristina 
faceva moda da sé, stancando sempre il cervello ad escogi- 
tare nuovi costumi, l' uno più strano, anzi piìi strambo del- 
l' altro, con svolazzi e piume e fascie e zone d' ogni colore 
che le dovevano mascherare la gibbosità. Pure questa volta 
volle ostentare obbedienza, e vestì e fece vestire alle sue 
dame certo abito che copriva piedi, polsi e collo gelosissi- 
mamente, ed era d' un coloro fosco, e di una stoffa da lei 
chiamata innocentiana. 

Le dame romane ne risero a crepapelle, e il papa non 
ci badò ; ricorse invece a nuovi mezzi per mortificarla, fa- 
cendola anche avvisare che intendeva di sopprimerle la pen- 
sione annua di dodici mila scudi. Allora ella scrisse al car- 
dinal Azzolini una lettera rigurgitante di sarcasmo : « Li 
dodici mila scudi che il Papa mi dava eran l' unica macchia 
di mia vita, et io li riceveva dalla mano di Dio come la 
più gran mortificazione colla quale poteva umiliare il mio 
orgoglio. » Che storie ! E continuava : « Io vi prego di rin- 
graziare il Papa da parte mia della grazia che mi ha fatto. » 
Così colei che aveva tante volte frenate le ire sue contro 
il pontefice per non danneggiare le proprie finanze ! Ma anche 
l' ironia non serviva più a nulla. Innocenzo era di un rigore 
spaventoso. Volle il supplizio di due giovani, non ostante la 
mite decisione della Congregazione criminale, ed eccitò il 
Sant' Ufficio ad incarcerare e processare Michele Molinos 
secondo l' accusa del cardinale d' Estrées, sempre contro la 
protezione di Cristina. 

Per tal modo i rapporti fra papa e regina divennero 
peggiori. Innocenzo finì per rifiutarsi lungamente di riceverla, 
ed ella si sfogò avanzando la pretesa che i cardinali, in 
certe visite, dovessero presentarsi a lei col rocchetto. 



— 112 — 

Tutti gli atti più energici compiuti da Innocenzo fino a 
questo momento parvero un nonnulla in confronto all' aboli- 
zione (Ielle franchigie d'asilo nei palazzi delle Legazioni 
estere in Roma, dentro ai quali i peggiori arnesi potevano 
sfuggire alle legge e ai castighi. 

Il decreto fu seguito dall' azione energica, e, in molti 
quartieri, si fece un largo repulisti di birbanti. D.apprima 
sembrò che Cristina accettasse la volontà del papa, ma poi 
fece violentemente strappare agli sbirri un giovine truffatore 
che, fuggendo, era giunto ad attaccarsi ad una porta della 
rimessa di Cristina. Innocenzo ordinò, senza riguardi di sorta, 
che si formasse processo. Risultò la condanna a morte, affissa 
per la città, del capitano Landini e d'un valletto, amendue 
ai servizi della regina; la quale, montata sulle furie, prese 
la penna e scrisse a monsignor Imperiali, tesoriere papale, 
un biglietto che il Olaretta chiama sconveniente e l' Arcken- 
holtz grand et famenx : « Il vituperar voi ed il vostro pa- 
drone si chiama oggidì far giustizia nel vostro Tribunale. 
Io vi compatisco assai, ma molto più vi compatirò quando 
sarete cardinale. Intanto vi do parola che quelli, che voi 
avete condannato a morte, camperanno, se piace a Dio, un 
pezzo e se pure averanno da morire d' altra morte, che della 
naturale, non moriranno soli. Da Palazzo 24 luglio 1657. » 

Il papa e l'Imperiali la lasciarono sbraitare a suo talento, 
ond'ella vie più inferocita chiamò a raccolta i suoi servi 
e volle che si dicessero pronti ad ubbidire ad ogni suo cenno 
ed a giurarle fedeltà. A cette proposition, tutti dal primo 
all' ultimo, si gettarono ai piedi di lei, a'iant les larmes aux 
yeux e dissero di voler versare dalla prima all' ultima goccia 
di» sangue. Fatto questo, la regina uscì due volte per Roma 
con grande seguito e coi due condannati papali. Innocenzo 
replicò le minacele e le consigliò a mutar Stato se non vo- 
leva mutar vita. Seguirono allora per parte di lei tentativi 
di sommissione ; ma le risposte del papa furono sempre ri- 
solute e crude. In ciò l' astio di Cristina cresceva sempre, 
e, per rappresaglia, riprendeva nelle sue grazie il marchese 



— 113 — 

d' Ornano che, lei insciente, avea cercato di far male a mon- 
signor Imperiali, come riceveva fra le sue braccia e nomi- 
nava sua dama un' avvenente e facile marchesa sfuggita al 
monastero di San Francesco di Sales. 

Così, in casa sua, cresceva il numero delle canaglie ; così 
la sua corte diveniva un nido di banditi, i quali commet- 
tevano ratti, stupri e violenze d'ogni sorta. E bisogna ve- 
ramente convenire che il Governo, pur mostrando severità, 
faceva uso di una grande tolleranza certo per non lasciar 
scorgere che una regina, che si era convertita, era una mezzo 
matta irresponsabile degli atti suoi e giuocata da' suoi cor- 
tigiani e da indovine, da strapazzo. 

A proposito del decreto sulle franchigie d' asilo, tutta 
Roma era indignata contro il marchese di Lavardin, amba- 
sciatore di Francia, che non voleva assoggettarsi agli ordini 
d'Innocenzo. Da questo suo diniego derivarono proibizioni 
di teatri e di feste, cui i Romani tenevano molto. Manco a 
dirlo, Cristina credette bene di sostenere la parte del ribelle, 
propalando ovunque che il re di Francia non avrebbe potuto 
far scelta piìi bella. Si stabilirono quindi relazioni intimis- 
sime fra il Lavardin e Cristina e una serie di visite solen- 
nemente.... in incognito con sèguiti di sei o piti carrozze e 
con sommo fastidio d' Innocenzo. 

Giulia, l'indovina, la vigilia di Natale del 1688, disse 
che la regina sarebbe morta nelF anno seguente. I cortigiani 
mostrarono d' indignarsi della profezia, ma Cristina mormorò 
maliconicamente di crederlo. Ordinò, di più, allo scultore 
Francesco Maria Anconitano un progetto pel suo sepolcro. 

Intanto cominciava la moria in casa di lei. Primo cadeva, 
come fulminato, improvvisamente, il marchese Del Monte 
mentre attendeva ai preparativi di una festa cui dovevano 
prender parte tre cantarine. Cristina gli fece fare solenni 
funerali e scrisse una lettera al figlio dell' estinto conclu- 
dendo: «Pregate Dio che mi conservi la vita e vedrete 
che cosa farò io per voi. » Anche in quelle parole « Pregate 
Dio che mi conservi la vita » suona come un timore non 
lontano della tomba. 



— 114 — 

Ma la voce della sua Sibilla e gli stessi suoi presenti- 
menti interni la toglievano forse alle violenze ? Cristina non 
pensava ancora di prepararsi cristianamente alla fine ; tornava 
invece alla prepotenza mal rispondendo all' ambasciatore di 
Francia intorno a una ferita data da un suo bravo ad un 
gentiluomo ; tornava invece al sangue facendo uccidere uno 
sbirro. 

La notte del 13 febbraio 1689 Cristina, già attaccata 
dalla risipola, fu colta da un così fiero accidente che da 
prima si credette perduta. Rinvenne e stette discretamente 
per tre giorni, dopo i quali tornò a sentirsi male e domando 
il viatico con profonda rassegnazione chiedendo, anche, al 
papa perdono di tutte le noie procurategli. Ma sopravisse 
ancora lungamente, tormentata solo ad intervalli. 

Il 20 marzo, credendosi quasi guarita, scriveva : « Dieu 
m' a voulu arracher d' entre les bras de la mort contre mon 
ésperance. Cependant je suis encore pleine de vie, par le 
miracle de la gràce, de la nature et de l'art, qui ont con- 
spiré à me rendre la sante et la vie. » 

Tutti credevano oramai nella sua guarigione e molti se 
ne compiacevano, perchè infatti la regina, col beneficare ge- 
nerosamente e aiutare le scienze e le lettere, si era fatta 
perdonare molti errori. Il d' Alibert fece cantare un Te Deum, 
cui seguirono altri « ringraziamenti al cielo », promossi da 
mercanti, artisti e virtuosi. 

A'erso la metà d' aprile, Cristina ebbe una terribile rica- 
duta, peggiorata per la rabbia presa sentendo che un tal 
Vannini prelato, avea cercato di violentare, nel suo palazzo. 
Giorgina cantante al suo servizio. Ella lo voleva morto, ma 
un bravo lo fece fuggire procurando per tal modo alla si- 
gnora un nuovo accesso di furore. Peggiorata subito, alle 
sei del mattino del 19 moriva, non agitata, come scrisse lo 
Zieglers, dall' ombra del Monaldeschi, ma dolcissimamente. 
Fu sepolta in San Pietro con solenni funerali, cui prese 
parte Innocenzo, che doveva sopravviverle per sei mesi ap- 
pena. 



— 115 — 

Troviamo, in data del 23 aprile 1689, una relazione ine- 
dita spedita al Duca di Modena, dalla quale ci piace trarre 
alcuni brani caratteristici e importanti, 

« Peggiorata, la domenica sera, la regina di Svezia con 
nuova febbre e con pessimi accidenti, si ridusse in stato di 
disperata salute onde alle due ore fu comunicata per viatico, 
alle quattro ore ebbe 1' olio santo, alle cinque le fu racco- 
mandata r anima, e il papa le mandò la benedizione pontificia. 
Lunedì mattina poi, i medici le diedero la solita pillola di 
Tagliano, che la cominciò a sgravare a segno tale, che prese 
riposo e speranza, che poco durarono, perchè la stessa sera 
tornatale la febbre con accidenti pessimi, martedì, suonate 
le dodici ore, morse quasi dormendo. Tutta la sua corte anzi 
Koma piange amaramente la detta morte, e lo stesso pon- 
tefice ha pianto, mentre faceva una grande stima delle virtù 
e merito di sì gran principessa. 

« Due ore dopo la di lei morte, fu letto il suo testamento 
rogato al primo di marzo. Lascia che, vestita di bianco, sia 
portata privatamente nella chiesa della Rotonda a seppellire 
senza minima pompa, e che nel suo sepolcro non si ponga 
altra iscrizione che la seguente: Vixit Christina Beo annos 
63 ; che se le dicano ventimila messe; che se le fondino tre 
cappellanie con messa perpetua in S. Pietro, a disposizione 
dell' erede, che universale istituisce il Cardinal Decio Azzo- 
lini, con che paghi tutti i suoi debiti, e adempia i legati, 
che in quantità ha fatti. Lascia suo esecutore testamentario 
il papa, a cui anco lascia il famoso busto del Salvatore scol- 
pito dal celebre cavalier Bernino, assieme coi due angeli e 
piedestallo di porfido che lo sostengono. Mercoledì mattina 
fu sparato il di lei cadavere ; e si è trovato esser morta 
d' una risipola di petto, con tutte l' interiora abbruciate, ed 
un poco di sangue coagulato accanto il cuore. 

« Avendo Nostro Signore ordinato, che se le facessero 
pompose esequie in qualche chiesa principale, aveva il Car- 
dinale Azzolino dato l' assenso perchè fossero fatte in S. 
Ignazio dove avevano già cominciato a preparare ; ma il 



— 116 — 

papa ordinò che si facessero alla Chiesa Nuova, dove fattosi 
l'apparato lugubre fu ammirabile per l'architettura e la 
ricchezza, e ieri sera alle due ore fu trasportato il cadavere 
dal suo palazzo alla detta chiesa, nella sua gran carrozza 
di velluto piano j^aonazzo, preceduta da altre dieci della sua 
corte, pure con scorruccio, con ventiquattro torcie portate 
da valletti e contornata dalla sua Guardia Svizzera. 

« Alle diciotto ore sono cominciate le processioni alle 
quali intervennero tutti li Cleri, con tutte le Confraternite 
e alle venti ore si principiarono l' esequie cantate dai musici 
di cappella coli' intervento di venti Cardinali. Tutta Roma 
è stata tutt' oggi impegnata per questa funzione, mentre sono 
duecento e ottanta anni che simile non s' è veduta, dopo la 
morte di Carlotta di Savoia regina di Cijn-o. E stato il regio 
cadavere posto in una cassa di cipresso, e poi in altra di 
piombo, volendo il Papa che sia sotterrata in S. Pietro, 
dove le si farà nobil sepolcro dirimpetto a quello della con- 
tessa Matilde. Le spese dell'esequie le farà l'erede, cioè 
quelle dove era esposta e per tutto il funerale ; pel restante, 
la Camera Apostolica. Avea una maschera d' argento mas- 
siccio sopra la faccia, giacché la sua carne s' era guasta 
benché imbalsamata. 

« Lascia detta regina all' Imperator. al Re di Francia, 
al Re di Spagna, al Re di Svezia e all' Blettor di Brande- 
burgo un legato come anco a tutti li Cardinali suoi amici, 
in conformità di quanto a viva voce ha detto all'erede, al 
quale lascia li crediti di Svezia e d'altronde, conforme le 
scritture che si confermano. 

« L' inviato di Brandeburgo ha fatto la minuta di una 
protesta a nome del Re di Svezia, di cui ha procura, per 
riavere li quadri, arazzi e gioie portate di là col patto di 
doversi riportare dopo morte, e ieri detto inviato, avanti 
Monsignor Tommasi primo Luogotenente dell' Auditore della 
Camera, fece istanza a nome dell' Elettore suo signore, per 
la restituzione della dote della madre di Sua Maestà, che 
era sorella del fu Elettore, ed ha detto inviato spedito cor- 



— 117 - 

riere in Svezia e Brandeburgo per tal causa. La Camera 
ancor essa ha fatto le minute delle sue istanze per la resti- 
tuzione di settantaduemila scudi somministratile in tre anni 
in mille scudi il mese. In somma si vede avverato il pro- 
nostico del Chiaravalle che per l'ultimo quarto della luna 
di m^rzo si minacciano grandi litigi per la morte d' una 
gran dama. » 

Cristina fu proprio donna del suo tempo. Ebbe i difetti 
e i pregi del suo secolo, secolo di vivi contrasti fra la vio- 
lenza e la pietà, tra il bene e il male, tra la superstizione 
e la scienza. Ella visse pertanto destando ammirazione ed 
odii, procurandosi epigrammi e panegirici, ma in fondo am- 
mirata e temuta. 

Più tardi, col sorgere di nuovi ideali, un' altra regina 
placherà col suo sangue le ire accumulate dalle pretese e 
dalle violenze del secolo di Cristina e del secolo di Cate- 
rina II. 

NOTA 

Intorno a Cristina di Svezia esiste un'intera letteratura. Oltre a diversi 
opuscoli su fatti parziali della vita di lei, abbiamo esaminato V Historia 
della Sacra Beai Maestà dì Cristina Alessandra Regina di Svetta, ecc. del 
conte Galeazzo Gualdo (Roma, 1656) e buona parte degli scritti pubbli- 
cati o indicati dall' Arckenholtz, Mémoires historiques concernants Cristine, 
ecc. (Amsterdam e Lipsia, 1751), dal Rancken, Commentai io de locis scri- 
ptorum vitam Cristinae (Helsingfors, 1850), dall' Oettinger, Biblior/raphie 
biograpìiiqiie. Parigi. Sommamente poi ci siamo valsi del libro di Gaudenzio 
Claeetta, La regina Cristina di Svezia in Italia (Torino, 1892). Dopo che 
il nostro studio era già da tempo scritto e stampato sono usciti altri 
buoni contributi alla vita di Cristina : Gli ultimi due anni di Cristina di 
Svezia in Roma (1687-1689) del dott. Guido Zaccagnini (Teramo, Rivista 
Abruzzese^ 1899), Omaggi ravennati a Cristina di Svezia di Santi Mura- 
tori ne La Romagna^ X e XI (Forlì,! 913-1914) e C/^>v>^/«e de Suède et le 
cardinal Azzolino del Barone de Bildt Ministro di * Svezia in Roma 
(Parigi, 1899). Quest'iiltimo lavoro, ricco d'importanti documenti, è un 
poco inteso a scagionare Cristina dalle accuse di bizzarria *, ma, spesso, 
lo stesso racconto dell' autore conferma le idee che già s' avevano sul 
carattere strambo e fantastico di lei. Ci sembra, inoltre, un po' troppo^ 
dispregiatore dei lavori che si sono fatti sull' argomento da Arvède Bari- 
ne, dal Grottanelli e dal Claretta. 



VILLA BORGHESE 



Il mirabile busto del cardinal Scipione Borghese, scol- 
pito da Lorenzo Bernini, dopo essere stato confinato per 
alcuni anni nelle Grallerie di Venezia, è tornato a Eoma 
ed è rientrato nel palazzo che il munifico porporato volle 
edificato in mezzo alle meraviglie dell' arte e alla forte ve- 
getazione della villa. 

Ora, io penso, non si vorrà che tanto la villa quanto il 
palazzo, con le sue raccolte, si alterino troppo da quel che 
sono e perdano quel carattere di magnificenza classica così 
propria dei vastissimi parchi, che le grandi famiglie romane 
si fecero con lieta alternativa di edifici, di boschi, di giardini 
e di praterie; di «preparati ruderi», di statue e di co- 
lonne ; di laghetti, di giuochi d' acque e di fontane. 

Certo non tutto quello che si vede risale a Scipione. 
Molto v'aggiunsero don Marcantonio e i suoi figli; ma, ne 
il sentimento — come oggi si dice — del luogo si alterò, 
né la storia escluse il nome Borghese, nemmen quando, da 
ultimo, la galleria, dal palazzo di città, passò alla villa 
riportandovi molte opere che già v' erano state. 

Tutto così parla ancora della cospicua famiglia, legata 
alla storia dei papi con Paolo V, alla storia di Napoleone 
I con Paolina, alla storia delle arti con diversi de' suoi, 
ma specialmente con Scipione. 

Ora il rispetto alle tradizioni non rappresenta — spe- 
cialmente nel caso nostro — quello che un critico moderno 
ha chiamato un semplice esercizio spirituale. Nel caso nostro, 
il rispetto incondizionato alle tradizioni può significare la 
conservazione d'un luogo tipico, alla cui bellezza natura 
e^ì arte contribuiscono del pari. 



— 122 — ■ 

Lo stesso incremento ielle raccolte dovrebbe, infatti, dar 
pensiero. Il museo e la galleria Borg-hese erano il più bel 
museo e la più bella galleria che famiglia privata posse- 
desse al mondo. Al vanto delle più cospicue collezioni pri- 
yate di Londra e di Parigi s' opponeva il vanto delle col- 
lezioni romane ; ma il confronto non riusciva vittorioso e 
schiacciante se non quando si ricordavano questo museo e 
questa galleria. 

Ora l'acquisto da parte dello Stato ha mutato la loro 
condizione di fatto ; ma quando s' impedisca ogni altera- 
zione dell' uno e dell' altra, quando non si conceda ad una 
scienaa freddamente classificatrice di passar nessuna delle 
statue e dei quadri qua riuniti ad altri istituti, quando non 
vi si introducano elementi d'arte disformi da quelli che già 
Ti si trovano, quando, in altre parole, si rispetti la condi- 
zione storica ed artistica della villa, tanto il museo che la 
galleria continueranno a destare, appunto quale insieme u- 
scito dal fasto privato, 1' ammirazione di tutti, così come la 
destano tante insigni raccolte conservate nella ricchezza e nel- 
r aspetto onde pervennero ai Comuni od ai Governi, come la 
desta su tutto il museo del Duca d' Aumale conservato fra 
boschi e prati e giardini nel Castello di Chantilly. 

Così il rispetto s'estenda per quanto si può a tutta la 
villa salvandola dalle tranvie elettriche, dalle capanne sviz- 
zere e dalle villette stil nuovo, per conservarle tutta la sua 
grandiosità spesso solitaria e selvaggia, quale piacque a 
Luigi di Baviera che la cantò nei suoi distici romani; a 
Luigi Tieck che nelle pietre, nel terreno, nelle acque,, negli 
alberi, nel cielo, vedeva come un riflesso del mondo antico ; 
a Volfango G-oethe che vi cercava le ispirazioni pel suo 
Tasso e per V Ifigenia, di cui le prime parole sembrano pro- 
prio un saluto alle tremule cime de' grandi alberi che adom- 
brano i sinuosi viali tra Porta del Popolo e Porta Pinciana. 

A nessun museo e a nessuna galleria del mondo si può 
giungere per ugual luogo di delizia e con più intensa pre- 
parazione a gustar 1' opera d' arte. Né così, altrove, è con- 




Il Cardinal Scipioxk Borghese, dbl Bernini 



— 123 — 

sentito, air uscire, maggior raccoglimento per ripensare alle 
bellezze ammirate : e fantasticare anzi, se non sia dato ri- 
vedere, sedute sull'orlo d'un' arca [antica, in cui gorgo- 
_gli una polla d'acqua, le due Veneri superbamente belle, 
come le dipinse Tiziano ; o se in qualche florido cespuglio 
d'alloro, che vibra al vento, non palpiti tuttora Dafne sfug- 
gita del pari all' amore d' Apollo e all' amore del Bernini ; 
o se dal fitto degli alberi, in riva al lago, non sbuchi im- 
provviso ai cenni di Diana l'impetuoso stuolo delle giovi- 
nette e il tumulto dei cani quale vide ed espresse Dome- 
chino. 



Fermiamoci ai sedili della balaustrata, dietro alla quale 
freme piti denso il bosco. Allietati dal canto delle fronde, 
delle fontane e degli uccelli, è facile indugiare piacevolmente 
nella contemplazione del palazzo dalle grandi ali ricongiunte 
dal portico e dalla terrazza, e rinflancate d' alte torri. 

Non arte maga e favolosi Atlanti, 
con erbe colte a' punti della luna, 
o per forza terribile d' incanti, 
trassero il bel palagio a notte bruna 

fortunatamente assicura il poeta! 

La maravigliosa sede, architettata da Griovanni Vasanzio 
fiammingo, vigilata dalle aquile e dai draghi, potrebbe de- 
stare in noi fantasie ariostesche d' incantati palazzi raggiunti 
solo dopo un dolce errare, ma egli previene il nostro sogno 
per dirci che il superbo edificio è dovuto 

ad un Scipione, in cui tutto s' aduna 
l'alto valor di quei che a eterna gloria 
a noi ricorda la romana storia. 



— 124 — 

Per cui, oramai tranquilli di non cadere nelle insidie 
d'Atlante o d'Alcina, alziamoci e muoviamo alla volta del 
Palazzo. 

Ma all'atto di metter piede sulla gradinata un triste 
ricordo attraversa la mente : il ricordo delle grandi raccolte 
dei monumenti Borghesiani e dei monuìnenti Gahini già qui 
riunite da Marcantonio Borghese, e che Camillo, marito di 
Paolina Bonaparte, cedendo alla volontà di Napoleone I, nel 
1809 dovette dare alla Francia e al Louvre in cambio d'una 
somma e della Badia di Lacedio presso Torino. « Due commis- 
sari — racconta il Moroni — si portarono con un picchetto di 
truppa francese, eh' era di passaggio per Koma alla villa Bor- 
ghese ed incominciarono a imballare i monumenti, colla dire- 
zione dell'architetto Paris, per trasportarli a Parigi. Se ne 
rammaricarono i dotti e il popolo, vedendo che Eoma perdette 
il Gladiatore, V Ermafrodito, il Sileno (con Bacco bambino), 
il museo Gabino (che trovavasi a parte in una casa all'in- 
gresso della villa) e tanti altri preziosi monumenti d'anti- 
chità e belle arti in numero di 255. Ne prese parte ener- 
gica il Governo Pontifìcio; ed il Cardinal Segretario di Stato, 
d' ordine dell' amareggiato Pio VII, mosse querele all' amba- 
sciatore francese, rappresentandogli essere con ciò oltrag- 
giata la sovranità del Papa. Ma, come si prevedeva, le 
proteste furono inutili, e tutti quei monumenti furono con 
violenza trasferiti a Parigi. » E così furono pure inutili le 
successive pratiche dei Borghese per riavere ciò che la po- 
tenza, anzi la prepotenza di Napoleone I aveva loro levato. 

Allora nelle sale, che già l'architetto Asprucci aveva 
rimesso in ordine per volere del Principe Marcantonio, Ca- 
millo e i suoi eredi andarono formando una nuova collezione 
coi marmi sparsi in altre loro ville e palazzi, col prodotto 
di fortunati scavi aperti nelle loro terre, con superbi mo- 
numenti rinvenuti in Sabina, con belli e costosi acquisti, tan- 
toché, dopo di loro, vi fu chi scrisse che il nuovo museo 
poteva « far obliare la perdita delle collezioni primitive. »^ 



— 125 — 

Consolazione di dannati, alla quale, in fatto di cose d' arte, 
noi siamo abituati da tanto tempo ! 



Ma entriamo senz' altro nella reggia. Con la sua magni- 
ficenza e col suo fasto essa toglierà veramente dall'anima 
ogni malinconia. 

Nessun lembo di sala infatti è sfuggito al lusso dell' arte. 
Dai pavimenti, coperti di marmi o di musaici trovati sui 
colli tusculani, s'elevano. le pareti tutte adorne di quadri e 
di sculture, e si curvano le volte coperte di vaste scene 
decorative. Le statue e i gruppi si alternano ai cippi ed ai 
sarcofagi; i busti alle anfore ; i rilievi alle colonne; le con- 
che d' alabastro alle tavole di porfido, formando un insieme 
quasi fantastico, dove la ricchezza e lo splendore antico 
sembrano adattarsi mirabilmente alla foga e all' intemperanza 
barocca. 

Presso all'opera degli scalpelli romani, quella del Ber- 
nini non sembra avere che maggior mobilità; tra i vividi 
colori dei marmi antichi, i quadri del Caravaggio, dei Bas- 
sano, del Cigoli, di Gherardo delle Notti, del Cavalier d' Ar- 
pino, del Eibera, s' armonizzano con inusitata temperanza ; 
sulle colonne e sui pilastri, infine, delle pareti, le volte fe- 
stosamente decorate si curvano, come sui tronchi una rete 
di giganteschi rami fioriti. 

Ora questa innegabile armonia tra V antico e il barocco 
è certo dovuta al fatto che quest'ultimo corrisponde per- 
fettamente alla grandiosità, all' opulenza, al carattere del- 
l' antica Roma, dalla quale deriva. 

È chiaro infatti eh' essa finirebbe d' un tratto quando ai 
marmi romani e seicentisti, si sostituissero od anche si fram- 
mischiassero scolture medioevali dalle immiserite forme bizan- 
tine e romaniche, o dalle lunghe ieratiche forme gotiche : altra 
ragione questa perchè non si debba in nulla alterare l' attuale 
aspetto delle raccolte e dei locali dove la stessa pittura 
(quantunque meno collegata all' arte antica, per esser figlia 



- 126 — 

d' un' altra civiltà) si accorda in grazia dei soggetti trattati 
da Mariano Rossi, dal Caccianiga, dal De Angelis, dal Bon- 
vicini, dal Pecheux, dal Cades, da Tommaso Conca, con 
Camiìlo che interrompe ogni traftato opponendosi alle pretese 
di Brenno pel riscatto della città, con la caduta di Fetonte, 
con la metamorfosi di Dafne e altri soggetti mitologici, espressi 
sempre con tutto il calore e la vigoria dell'arte, che, per- 
duta ogni leggiadra timidezza primaverile, s'infoca nel lus- 
sureggiante estate. 

L'arte classica di specialmente bello mostra in queste 
sale il bassorilievo figurante Ajace che trascina via Cassandra 
rifugiatasi ai piedi del Palladio, e il Satiro che dama. Que- 
sto ebbe dal restauratore due piattelli invece del doppio 
flauto, ma l'errore del ristauro nulla toglie alla mirabile 
elevatezza, onde l'aulico artista nobilitò i caratteri caprini 
del volto, e la vivacità onde animò le membra nel moto 
della raccolta danza. 

Ma su tutto noi ammiriamo le prodigiose opere giovanili 
del Bernini a lui commesse da Scipione Borghese; prodi- 
giose salvo forse il gruppo dei fuggenti da Troja che arde- 
Esso è ben composto, ben formato, bene scolpito ; ma nulla 
rivela dell'impeto di quel genio. L'accademia dei seguaci 
di Michelangelo e di Gian Bologna vi è un po' ingentilita, 
ma nulla più, e ben se ne avvide il Baldinucci, quando scrisse 
che vi si scorge l'influenza paterna, ossia l'influenza di 
Pietro Bernini, scultore toscano di poca originalità, ma ele- 
gante ed accurato. Anzi chi faccia non corto esame delle 
opere di Pietro, difficilmente potrà escludere la mano sua 
da questo gruppo, dove la figura di Enea è calma come quella 
del Cristo della Minerva; dove Ascanio ha meno di mobilità 
che non convenga a un fanciullo della sua età ; dove il vec- 
chio Anchise regge i Penati con placida indifferenza! 

La calma di Pietro Bernini s' è qui imposta al tìglio che, 
abbandonato a se stesso, non obliando che, dietro a quei 
fuggenti, precipitava la patria, avrebbe loro infuso l' ardore 
stesso e la mobilità delle fiamme omle Troja era combusta. 



— 137 — 

E di che fosse capace Lorenzo allora, sono prove la 
Dafne, già da noi descritta, il Ratto di Proserpina e il Da- 
vide che lancia la fionda col protendersi di tutto il corpo, 
dai muscoli tesi nello sforzo e nella brama di colpire. Il suo 
volto è già una cosa nuova in arte : nuova per sentimento 
e per coraggio. Le ciglia aggrottate e sporgenti mandano 
una grand' ombra sugli occhi, sì da farli parere più intenti, 
e le due labbra, nello sforzo supremo, si stringono in pres- 
sione pur lasciando mirabilmente intatta la bellezza del 
volto che ci ricorda quella di Napoleone giovine. 

Dopo la vista delle opere del Bernini, quella della statua 
di Paolina Borghese, scolpita dal Canova in aspetto di Ve- 
nere vincitrice giacente, produce un' impressione di completa 
calma, un contrasto che potrebbe definirsi col titolo d'una 
lirica leopardiana la quiete dopo la tempesta; quiete di linee, 
di particolari, di esecuzione. 

Eppure all' anima di quella donna non mancò certo il 
fuoco — fuoco tumultuoso d' amore ma anche fuoco di carità 
— , ne la famiglia, né i tempi cui appartenne furono senza 
tragiche risoluzioni. Ma l' arte era divenuta — per reazione 
alle intemperanze del settecento — composta e fine, sì che 
Paolina nella sua gloriosa bellezza qui sembra una dea nella 
serenità dell' Olimpo, cui non altro cibo sia stato mai porto 
se non 1' ambrosia, e nessun' altra voce sia mai giunta se 
non la carezzevole dell'adorazione. 

Non certo la fidanzata del general Duphit ucciso in Eoma, 
non la sposa del general Ledere morto a San Domingo, non 
la moglie, presto separata, di Camillo Borghese, non la so- 
rella sopravissuta alla grande ruina e alla deserta morte di 
Napoleone ! 



La Gralleria che si trovava nel Palazzo Borghese di città, 
in stanze ricche, ma umide e buie, è da un quarto di secolo 
appena nelle sale superiori di questo edificio, piene di luce, 
dalle cui finestre si contempla un immenso svolgersi di piani 



— 128 — 

e di colli, sino al lontanissimo Soratte. I quadri, sono circa 
seicento d'ogni scuola italiana e di molte straniere, e non 
è quindi possibile « ridir di tutti appieno. » 

I nomi, sottoposti ad essi, d' Antonello da Messina, del 
Botticelli, del Francia, del Perugino, del Sodoma, del Par- 
migianino, del Correggio, di Eaffaello, di Tiziano, di Paolo 
Veronese, del Bronzino, del Palma Vecchio, di Bonifacio, 
del Lotto, del Dossi e di tanti altri, non rappresentano le 
solite vanitose ostentazioni delle gallerie jjrivate, ma corri- 
spondono alla maggiore autenticità riconosciuta dalla storia 
e dalla critica. D' alcuni anzi di quegli autori la Galleria 
possiede un' opera di prim' ordine come il forte ritratto virile 
d'Antonello da Messina, la poetica Madonna augii angeli 
cantori del Botticelli, il Santo Stefano del Francia, mirabile 
per lo smalto delle tinte e la profondità del sentimento, la 
Circe di Dosso Dossi superba di forme e di colore, la gran- 
diosa Deposizione dell'Ortolano e la gaia Caccia di Diana 
di Domenichino. 

Ma la celebrità della raccolta, è sopratutto dovuta a 
tre dipinti : l' uno della scuola umbro-toscana, il secondo 
della scuola emiliana, il terzo della scuola veneziana: il Cristo 
deposto di Raffaello, la Danae del Correggio, il cosidetto 
Amor sacro e Amor profano di Tiziano- 



Per quest' ultimo, che è il più famoso quadro della Gal- 
leria, furono offerte tali somme, che il Principe Borghese 
potè dichiarare : « Noi rinunceremo ai tre milioni e 600 mila 
lire, purché il Governo ci lasci V assoluta e libera pro- 
prietà, col diritto anche d' esportazione, di un solo quadro 
delle nostre collezioni artistiche, cioè V Amor sacro e V Amor 
profano di Tiziano.» 

Chiamiamolo dujique anche noi l'Amor sacro e V Amor 
profano, sino a quando almeno saranno dileguate tutte le 
incertezze e le polemiche che durano sul soggetto. Amor 
Sacro divino e Amor profano o vizioso è d' altra parte il 



— 129 — 

vecchio titolo d' alcuni dipinti d' Agostino Carracci, del De- 
subleo, di Francesco Fiammingo, del Van Dijck e di Giuseppe 
dal Sole. Altri non ha chiesto che d'accennar meglio alla 
presenza delle due ligure femminili, chiamandole Venere ce- 
leste e Venere terrestre. 

Questa distinzione, che l' antichità fece e l' Umanesimo 
riprese, vanta ancora qualche sostenitore. La Venere spiri- 
tuale non mostra nulla del suo corpo, se non il volto digni- 
toso ed austero. I suoi piedi sono coperti e le sue mani in- 
guantate. Così, escluse dagli sguardi tutte le parti del corpo 
formoso, tranne la testa, sede della mente, resta la contem- 
plazione ideale, l'affezione spirituale, 1' amor platonico. Op- 
posta a lei si piega sull' arca scolpita, in cui Cupido tuffa 
la destra, Venere ignuda, tentatrice, dalle carni palpitanti, 
sotto le quali sembra scorrere il sangue, dalle carni divi- 
namente dorate come se alla luce d'un sole che tramonta. 
La Venere celeste ha in mano i fiori simbolo delicato di 
virtù, perchè si raccolgono per le nozze e pei funerali. La 
Venere terrestre alza invece con la sinistra il vaso dei pro- 
fumi, simbolo di mollezza e d'ebrezza. 

Il Ridolfl indica semplicente « due donne vicino ad un 
fonte». Poco fortunate furono altre definizioni di Beltà disor- 
dinata e Beltà ornata, Amor ingenuo ed Amor sazio, ed anche 
Ingenuità ed Esperienza che sembra il titolo morale d'una 
commedia a tesi 

Le seguenti due, se non riuscirono in tutto persuasive, 
valsero però a scuotere la fede che si aveva nelle vecchie. 

Una sarebbe la Fonte d'Ardenna; l'altra Venere che persua- 
de Medea a raggiungere Giasone. Medea sarebbe qui, come 
in molti vasi antichi, col cofano e con l' erbe prodigiose. 
Venere si protenderebbe lusinghiera verso di lei per vincere 
i suoi sdegni e le sue ripulse, indurla a lasciare il' padre e 
la patria, e correre in soccorso di Griasone e salvarlo. 

Un' ultima opinione, espressa recentemente, è che il sog- 
getto sia ispirato dalla « Hypnerotomachia Poliphili » e 
rappresenti l' amor sessuale comune a tutti gli esseri, 1' Amor 
universale. 



— 130 — 

L'incertezza, che è nel significato del dipinto è altresì nella 
sua storia. Il Vasari non lo ricorda affatto, e solo di recente 
si è riconosciuto lo stemma, incluso nel bassorilievo del sar- 
cofago, per quello della famiglia veneziana Aurelio. 

Ma a che più diffondersi alla ricerca di tutto ciò? Le 
due maravigliose creature s'adergono dall'enigma quasi 
chiedendo: Non vi basta dunque la nostra bellezza? Non vi 
basta la felicità di contemplarci? Noi siamo le figlie predi- 
lette della giovinezza di Tiziano, dell" universale confidente 
della natura, le figlie di Tiziano, pel quale nulla fu difficile 
al mondo: ne la visione pagana, né la celeste, né la bel- 
lezza ideale, né la realtà più robusta e tipica; e tutto ac- 
costò e fuse armonizzando i contrasti più potenti col fascino 
eterno dell' arte. 

4^ ^ 4: 

Non crediamo che nessun quadro abbia viaggiato quanto 
la Danae, dal giorno in cui il Correggio la rimise al com- 
mittente, sino al giorno in cui riparò nella galleria Borghese. 

Eseguita con altri quadri di soggetto mitologico per Fe- 
derico Gonzaga Marchese di Mantova e donata a Carlo V, 
partì tosto per la Spagna. Filippo II la diede, in compenso 
di qualche lavoro, allo scultore Pompeo Leoni che la portò 
a Milano. Passò quindi a Praga, poi nel 1648 a Stoccolma 
inclusa dagli Svedesi nel bottino di guerra. E leggenda che 
là servisse da telaio alla fijiestra di una stalla. Cristina la 
portò seco a Eoma e la lasciò al cardinal Decio Azzolini, 
che, a sua volta, la trasmise a don Livio Odescalchi, duca 
di Bracciano, i cui eredi la vendettere al duca d' Orleans 
reggente di Francia. Sfuggita alle ire pudibonde di suo figlio 
Luigi, che lacerò col coltello 1" Io e la Leda, passa a Londra 
con la raccolta di famiglia in mano del duca Bridgewater e 
di là torna nel 1823 a Parigi, dove il Principe Borghese 
la vede e la compera per riportarla a Eoma. Così la mira- 
bile tela fu a Mantova, a Madrid, a Milano, a Praga, a 
Stoccolma, a Londra, due volte a Parigi, due volte a Eoma. 
Speriamo che nessuno vorrà più turbarne il meritato riposol 



— 131 — 

Questa Danae, con la figura di Cupido e i due amorini 
intenti ad arrotar la punta ai dardi, è certo la più bella 
opera mitologica del Correggio. La sua voluttà non trascende 
all'ebrezza, ma resta quasi spiritualizzata nella pura, in- 
genua e delicata compostezza delle forme, ed ha in se qual- 
cosa di classicamente decoroso che le conferisce un fascino 
indescrivibile. 

L'esecuzione non è di ciò piccola parte pel meraviglioso im- 
pasto e la fluidità delle tinte « che non sembrano poste col 
pennello, ma fuse insieme come la cera al fuoco. » I rap- 
porti delle luci, digradanti insensibilmente per la scala cro- 
matica, si succedono con un equilibrio perfetto, ris])etto a 
tutto il resto del dipinto. Sembra che nella figura di Danae 
non vi sia nessun colore tantoché il suo mirabile torso, guar- 
dato da vicino, nasconde all' occhio i diversi piani della forma; 
i quali però si disegnano e si piazzano tostochè 1' osserva- 
tore sia a tal punto da dominare l' intero quadro. Allora il 
nudo, sollevato per toni d'oro pallido sul bianco delle len- 
zuola, mostra man mano le gradazioni del modellato. Sulla te- 
stina sorridente s' innalza un tenero volume di capelli d' oro, 
un fascio dei quali le scende sulla spalla destra. Cupido guar- 
da in alto alla nube e all' oro che ne piove, quasi adorando 
la presenza di Giove. Le carni morbide delle sue gambe 
si piegano premendo il letto sul quale sta seduto. Nel grembo 
di Danae batte la maggior luce : tutto infatti è disposto 
all' intorno, perchè queir accentramento luminoso non sia di- 
sturbato. La nuvola in alto, quantunque invasa dal Nume, è 
d'un colore calmo, giallognolo, come se l'oro, ond' è turgida, 
la tingesse co' suoi riflessi ; il cielo è placidamente velato ; 
le ali di Cupido, quantunque cangianti, hanno colori tenui 
ed opachi, e sino i due puttini in basso sono di tinte più 
calde e più dense. Così la luce, come il desiderio di Giove, 
circoscrive ogni sua intensità sulla fanciulla argiva desti- 
nata a divenir madre di Perseo. 



— u 



Il Vasari ha chiamato il Deposto di Raffaello « divinis- 
sima pittura ». A lui forse nulla premeva più della compo- 
sizione ricercata — intesa al trionfo d' una linea simmetrica 
leggermente dissimulata — , della bellezza delle teste, della 
compostezza quasi statuaria delle figure, della splendida 
fusione del colorito. Ma per noi, che al pari di queste qua- 
lità, cerchiamo la naturalezza delle pose e la vivida espres- 
sione del sentimento, la tavola non sembra dare tutta la 
commozione che dal doloroso soggetto sarebbe da aspet- 
tarsi. 

Forse noi, dall' arte antica, pretendiamo espressioni troppo 
conformi alla nostra sensibilità psicologica, sì che non giu- 
dichiamo equamente il dipinto che Atalanta Baglioni com- 
mise e contemplò forse con tenerezza trovando nell'alta sua 
quiete serena quello che ormai mancava al suo cuore. 

Nessun' opera d' arte, infatti, può ricordarsi più in con- 
trasto col momento in cui nacque e con lo stato d' animo 
di chi la volle : Atalanta, che nelle pagine della storia pe- 
rugina, più che fremere, arde di tale potenza tragica da 
emulare l' Ecuba d'Euripide: Atalanta che, vedova a ven- 
t'anui e d'incredibile bellezza, si chiuse ad ogni lusinga del- 
l'amore per serbar tutta l'anima al suo piccolo figlio Gri- 
fone. Ma costui, cresciuto, non volle esser da meno degli 
altri Baglioni, e solo fu di loro più debole nel credere alle 
calunnie insinuate contro la sua buona sposa Zenobia Sforza. 
E infierì contro a' suoi in una notte di strage ; ma quando, 
insanguinato, fu per ritornare dinanzi a sua madre, questa 
lo ricacciò con maledizioni così terribili che « pareva, — 
dice il cronista — che hi terra inghiottisse il giovine. » 
E nemmeno volle rivederlo quando essendosi la città levata 
in armi, ei dovette muovere contro i nemici, piangendo per 
la materna ripulsa. Ma, poiché giacque ferito, la voce e il 
conforto supremo di lei non mancarono più, di lei che pre- 
cipitò tra il tumulto, in tempo per rivederlo ancor vivo. 



— 133 — 

« Allora il suo figlio — continua il cronista con straziante 
evidenza — fìsse gli occhi a quelli de sua matre, et allora 
sua matre come saggia e prudente restò dal suo duro pianto, 
esortando e confortando il suo caro figlio a perdonare a 
tutti quelli che lo avevano conducto a morte, e che li fa- 
cesse segno di perdono. Et allora porse el nobil giovinetto 
la destra mano a la sua gioveuil matre, stringendo de sua 
matre la bianca mano ; et poi incontinente spirò 1' anima del 
formoso corpo, et passò con infinite benedizioni de sua ma- 
tre, in cambio de le maledictione che prima li aveva date.» 
Quando questo successe, Raffaello si trovava proprio in 
Perugia alla scuola del Vaunucci, cosicché i suoi biografi di- 
cono ch'ei, più tardi, dipingendo il Deposto, dovette ripen- 
sare a quei terribili giorni. La pittura, nella sua classica 
comi)Ostezza, non lo lascia intravedere! 



Il museo e la galleria Borghese sono da poco tempo 
proprietà dello Stato. 

Sin dal 1S71 si discusse in Parlamento se conveniva esten- 
dere alla Provincia Romana 1' abolizione dei fideco messi. 
Due opinioni diametralmente opposte impedirono che si ri- 
solvesse la cosa: l' una «che si lasciasse, ai chiamati alla 
risoluzione dei fidecommessi, l'assoluta ed intera disponibi- 
lità anche sulle collezioni artistiche svincolate dal tìdecom- 
messo», l'altra « che in nome dell'interesse pubblico fossero 
sottratte alla disponibilità dei proprietari e conservate come 
proprietà « sui geno-ris » al pubblico uso. 

Si ricorse allora ad un provvedimento temporaneo, tanto 
per allontanare il pericolo della divisione o dispersione delle 
raccolte artistiche; si abolì il fidecommesso, anche per le col- 
lezioni, ma si stabilì che rimanessero soggette al vincolo 
di indivisibilità e di vendita, mentre si prometteva di fare 
una legge speciale che sciogliesse la questione, legge mai 
fatta. 



— 134 — 

L'acquisto da parte del Governo tolse di mezzo ogni 
questione presente e futura, ed anche ogni pena, perchè 
sino a che i diritti sopra una qualsiasi cosa sono divisi e 
discussi, perdurano le incertezze che danno argomento alle 
cause e ai litigi. 

La lotta che oggi si combatte per conservare all' Italia 
i suoi tesori d'arte è forse la maggiore che si sia mai so- 
stenuta. Con la coltura e con la passione si sono pur dif- 
fusi e acuiti l'incetta e il commercio, mettendo a dura 
prova l'imperiosa necessità di chi è costretto a vendere e 
a facile prova 1' allegra avidità di chi vuol comprare e gua- 
dagnare. 

Noi quindi non possiamo dissimularci che le forze e i me- 
todi degli avversari sono terribili. Contro l' oro di chi com- 
pra e le astuzie di chi vende, non bastano le soli leggi, 
i soli regolamenti. Bisogna che aumenti il numero dei cul- 
tori delle cose artistiche; dei combattenti in prò' della bel- 
lezza della nostra Italia ; degli apostoli che all' accusa di 
sognatori oppongano la verità che l'arte e l'amore del- 
l' arte furono sempre la norma più sicura per valutare la 
nobiltà di un paese e l'altezza di una civiltà. 



SACCONI E "IL MONUMENTO 



Giuseppe Sacconi ebbe, insieme al senso della bellezza e 
del grandioso, quello della semplicità. Spirito equilibrato, 
armonico, sicuro, come gli antichi, non sacrificò mai l' effetto 
della mole a quello dei particolari, ne l' amore e la cura dei 
particolari lo distolsero dalla visione complessa della mole. 
Delle arti sussidiarie all'architettura si valse con sobrietà; 
non troppi ornamenti, ma i necessari. Ed ebbe in sommo 
grado la virtù di migliorare : la virtù del Manzoni e dell' A- 
riosto. Non l'autocritica che distrugge lavori (e fors' anche 
capolavori) tra le mani di chi opera, logorandoli, annien- 
tandoli; ma la critica che conduce alla forma definitiva. 
Non cercò il successo in stravaganze nuove; non adattò il 
suo gusto a forme esotiche, né antiche, ne moderne. L' anima 
dell'arte italica, dai suoi primi tentativi ai suoi trionfi, gli 
si palesò intera, ed egli ne riconobbe il sentimento, inda- 
gandolo, così negli ipogei etruschi, come nei fori romani, 
nei templi, nei palazzi, nelle ville ; così della leggiadra rina- 
scenza come del rigoglioso barocco. 

Talvolta infatti V abbiamo visto contemplare, in un fram- 
mento di cornice, rovesciato a terra e per metà sepolto, 
l'esatezza risoluta e incisiva del taglio; tal altra ammirare 
la chiara e prodigiosa architettura di Michelangelo o la tu- 
multuosa e possente del Bernini. Turbato egli era solo quando 
r opera d' arte non gli si palesava logica ed evidente ; quando, 
insomma offendeva, più che il suo gusto, la sua ragione. Ai- 



Discorso tenuto in Ascoli Piceno il 26 maggio 1907. 



— 138 — 

lora il suo volto diveni%'a accigliato e severo ; la sua parola 
disuguale, acuta ed acre. 

Non riassumerò la sua vita. Dirò solo che, rovinata 
la fortuna di famiglia, la bellissima, coraggiosa e virtuosa 
madre mise il figlio primogenito agli studi ginnasiali nel 
collegio di Fermo ; eh' egli, ribelle ad essi, s' era come ina- 
sprito e si consolava solo riempiendo le carte di progetti 
di case, di chiese e di palazzi; e che la saggia madre, ac- 
carezzando la fronte e la vocazione del suo Griuseppe, lo 
condusse dall' architetto G. B. Carducci, il quale non tardò 
a stupirsi delle attitudini di lui e V incuorò ad uno studio re- 
golare e disciplinato di queir arte. E questo, tra mille diffi- 
coltà, la madie seppe volere. 

« Benedetta colei che in te s' incinse » povero e grande 
amico ! Tu almeno avesti questa divina gioia, questa dolcezza 
delle dolcezze umane, che fu negata a un altro puro genio 
dello tue Marche ! 

Il giovine aveva trovato la sua via e oramai non poteva 
« fallire a glorioso porto *. 

Procederò sollecito raccogliendo memorie e pensieri. 

Eicorderò che Griuseppe Sacconi cominciò col dise- 
gnare due sepolcri i)e\ cimitero di Eoma, l' uno per la 
Marchesa di Thomar, l'altro per l'artista tedesco Rhiedel. 
Nel frattempo gli vennero affidati il progetto e la costruzione 
della chiesa di Force presso il nativo Moutalto, eh" egli ideò 
tutta di mattoni e di terrecotte nello stile della Rinascenza. 
Poi vinse il concorso pel Monumento a Vittorio Emanuele 
in Roma, durante la costruzione del quale, attese ai gran- 
diosi lavori della basilica di Loreto, scoprendone il primo 
maestoso aspetto e attendendo alle decorazioni delle cappelle 
di S. Giuseppe e degli Slavi e al coro della cappella tedesca. 

Poi, architetto antico nel senso più nobile della parola, 
per le nozze di Vittorio Emanuele III trasformò la facciata 
di S. Maria degli Angeli, e per la morte d' Umberto diffuse, 
con funebre armonia, i bruni velari sotto la poderosa volta 
del Pantheon, mentre già meditava la stela marmorea di 
Monza. 



— 139 — 

Ne dirò degli altri lavori suoi e de' suoi progetti, da 
■quello pel Palazzo del Ministero dell' Istruzione, all' ultimo 
per la facciata da apporre alla chiesa che il genio di Miche- 
langelo inserì tra le vòlte e i piloni delle Terme di Diocle- 
ziano. 



È inutile dire che queir amore diffuso per ogni cosa bella 
costituì il fondo più solido della sua coltura e gli valse di 
riuscire eccellente anche nella difficilissima arte del ristauro 
dei monumenti antichi, quando fu preposto all' Ufficio Eegio- 
nale per la conservazione dei Monumenti delle Marche e 
dell' Umbria. Egli, nella sua relazione, due volte stampata 
per corrispondere alla ricerca degli studiosi, a buon diritto 
si compiace d' aver fatti riparare venticinque fra i più rag- 
guardevoli oggetti d' arte ed ottantasei monumenti fra i quali 
il Duomo d'Orvieto, la Consolazione di Todi, il tempio d'As- 
sisi, il palazzo dei Consoli di Gubbio. « Tesori rivelatori del 
genio dei nostri antichi (egli stesso dettava), a traverso le 
civiltà italiche, e del sentimento d' arte che animò le nostre 
popolazioni, si trovano sparsi e profusi per le singole città 
delle Marche e dell' Umbria ; ne v' ha umile paese o villaggio 
ove non si riscontrino ricordi e vestigia, più o meno con- 
servate e risplendenti, di manufatti monumentali, di pitture 
e d'oggetti d'arte. E questo è un patrimonio insigne, degno 
non di abbandono, ma di essere per ragioni di civiltà e di- 
gnità nazionale, mantenuto, custodito, e curato con ogni 
studio e diligenza. » 

E continuava : « L' amore da me posto, fin dalla prima 
giovinezza allo studio dell'arte, in tutte le sue più svariate 
forme e complesse estrinsecazioni, il desiderio di dare tutte 
le forze del mio spirito e della mia attività in prò dei nostri 
monumenti, mi incoraggiarono e mi indussero a non rifiutare 
l'alto compito che mi si voleva affidare, ed accettai.» 

Accettò dunque, benché sopraffatto dal lavoro; e l' opera 
sua fu illuminata e severa, su tutto perchè non sentì mai 



— 140 — 

la brama così spesso esiziale e così comune a tanta parte 
dei ristauratori, di sovrapporre il gusto proprio all' antico e 
di lasciare nei monumenti più celebri qualche traccia del 
proprio valore artistico. « Mia prima e principal cura, scri- 
veva, fu l'arrestare negli edifici il deperimento incomin- 
ciato o avanzato; il cancellare, nei limiti del possibile, le 
traccio dei barbari ristauri ; il rimuovere le cause dei proba- 
bili deperimenti. » Teoria questa altrettanto completa che 
breve, altrettanto sicura che semplice, che ogni ristauratore 
dovrebbe rileggere cento volte prima di toccare pur una 
delle pietre che l' antichità, la storia e l' arte hanno nobili- 
tato e le varie civiltà trasmesso ai posteri! 



Ma le maggiori opere, cui sarà raccomandata col sua 
nome la sua gloria, sono il monumento a Vittorio Emanuele, 
in Eoma. e quello funebre di Monza. 

A notte, nel buio, sulle rive del Lambro, dalla città lon- 
gobarda splendono per l' opposto lume due alte croci d' ala- 
bastro incluse in una gigantesca stela di granito. 

Sul largo basamento che discende al piano dove fu una 
palestra destinata alla virtìi fisica della gioventìi, entro una 
cancellata a croci, a cippi, a vasi funebri fiammeggianti, già 
sorge il monumento, ottagono in basso, poi in forma di co- 
lonna dorica, rastremata, scanalata, coronata da un vaso 
dittico su cui posano un cuscino e il diadema regio. L' una 
delle croci ha il suo piede presso lo stemma sabaudo, 
l'altra sul gruppo della Pietà, largamente modellato da 
Lodovico Pogliaghi: gruppo, simbolo della patria che 
piange sul figliuolo ucciso. Perchè queste croci sono ve- 
ramente le croci dell'ucciso e ridestano nel pensiero e 
nel cuore il vecchio canto d' Anastasio Grriin : « Perchè io 
vorrei rizzarti una gigantesca croce di pietra, una croce ta- 
gliata da un masso intero di marmo. » E il poeta parlava 
all' Italia ancora accasciata sotto la croce del servaggio. 
« Se uno dei due mari canta mugghiando la funerea salmo- 




II. i'i;oi'ii,i;<) ni i,i;\ antk, xki, Moni'Mknto 



- 141 — 

dia, r altro riflette la tua candida immagine nel tranquillo 
suo seno. E solo l'aquila, che già nidificò nei crepacci del 
marmo, raccoglie il volo sull' alta tua vetta. » 

Monumento doloroso, laddove Umberto spirò tragicamente 
portando le mani al cuore forato. E le grida di gioia si 
convertirono in grida d' orrore, e alla calma della sera estiva 
successe terribile l' uragano, corrusco di lampi e di folgori, 
tra la furia del vento urlante, come conscio dell' immane 
delitto. 

Ora la croce sorge ed arde nella notte e nel silenzio 
con la sua luce calma, alabastrina, e Giuseppe Sacconi ap- 
pare qui pei nuovi re d' Italia il i^oeta della morte come 
in Eoma è il poeta della gloria. 



Ma ben più tardi suonerà veramente compiuto questo 
«anto di gloria, di cui son note le vicende. Il grande con- 
corso animava certo pel cospicuo premio ; ma, su tutto, per 
l'onore e la celebrità che d'un tratto derivavano al vinci- 
tore. Si trattava del monumento al Padre della Patria, alla 
Nazione risorta dall' avvilimento di secoli, agli eroi dell' I- 
talia nuova ; e il monumento doveva elevarsi nella capitale 
d'Italia, anzi in Roma, capitale storica del mondo. 

E parve buona idea che i' augusta mole gravasse sul clivo 
<;apitolino, ossia nel cuore di Roma, così per l' impressione 
ideale dei ricordi gloriosi, come per l' impressione artistica 
derivante dalla bellezza del posto, contemplato quasi ad 
uguale distanza da ogni vetta di Roma e di contro alla no- 
bilissima Via Lata. 

Ma se il primo suggerimento che indicava per luogo le 
Terme Diocleziane non aveva avuto fortuna, ben più grave 
alla patria nostra doveva suonare l' annunzio che il concorso 
era mondiale. 

Mondiale ! grande parola in vero, e divina parola se vien 
dietro all'idea della fratellanza umana, e dietro alla spe- 
ranza di una pace perenne che metta fine agli oltraggi di 
razza, e alle lotte sanguinose! 



— 142 — 

Ma perchè mondiale il concorso per quanto di più ita- 
liano si chiedeva ? Con che cuore si sarebbe detto : Questa 
monumento che l' Italia ha meritato con un martirio secolare ; 
questo monumento che deve ricordare 1' uomo che ha rac- 
colta e disciplinata 1' eroica forza che ha ricongiunto la pa- 
tria nostra: forza di pensiero e d' azione, prodigiosa per idee 
di filosofi, per impeto di poeti, per vigoria di lottatori ; alla 
cui fusione hanno contribuito il sangue dei tìgli d'Italia e 
le lagrime delle donne d' Italia, con qual coraggio si sarebbe 
detto : questo monumento è opera d' uno straniero ? 

Io non so se le anime dei morti contemplino, da qualche 
ignota i)laga, i destini della patria. So che lo sdegno avrebbe 
strappato voci di dolore al Brunellesco e al Bramante, e forse 
un grido feroce all' anima austera di Michelangelo. Essi, che, 
fieri della loro nazionalità d' artisti, alzavano moli possenti 
neir Italia serva e divisa, non avrebbero tollerato che l' Italia 
riunita e in libertà avesse cercata, per la propria celebra- 
zione, l'arte di chi non aveva gioito alle nostre speranze, 
sofferto pei nostri dolori. 



E questo comprese bene Enrico Paolo Nenot che, quan- 
tunque vincitore del primo concorso, si mostrò sempre pieno 
d' amicizia e d' ammirazione per Giuseppe Sacconi, ricono- 
scendogli, oltre alle virtù d' artista, anche un diritto, come 
italiano a raccogliere il vanto di una tale opera. 

E il Sacconi V amava quella grande opera sua, e non per- 
dendo mai di vista le proporzioni richieste dalla grandezza e 
dall' orizzonte di Roma, e del soggetto, ne accarezzava le più 
piccole parti, riguardandole come un gioielliere guarda le 
pietre preziose, dagli stipiti snelli delle porte, ai fregi severi 
delle finestre, dalle policronie armoniose dei corridori alle 
classiche basi delle colonne onorarie. 

« Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice 
nella miseria ! » Ben mi tornavano in mente i celebri versi^di 
Dante rivedendo il monumento senza la guida di Giuseppe 



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Sacconi ; senza la sua spezzata, ma calda, animatrice parola. 
Il monumento era deserto; i lavoratori lo avevano abban- 
donato per seguire il feretro d'un loro compagno. Le cam- 
pane d' Aracoeli tuonavano imminenti riempiendo di un 
basso rombo i vani della mole come alvei d' un immenso 
organo. Lievi fluttuavano le nebbie violette sul foro romano, 
e appena un raggio di sole batteva sulla torre del Campi- 
doglio. 

E io rimettevo col pensiero su quelle scalee l'amico 
estinto. Lo rivedevo discendere tra la selva delle travi fa- 
sciate e dei legni obbliqui, e ricercar con gli occhi, tra la 
rozza e morta foresta, gli steli sorgenti delle sessanta co- 
lonne lievi come una schiera di Vergini che si faccia strada 
fra i tronchi del rogo. Poi il suo occhio cercava, nei vani, 
la luce e l'orizzonte, da S. Pietro in Montorio alla cupola 
di S. Pietro in Vaticano. E sorrideva alle forme dell' arte 
spremuta da ogni idea civile e religiosa. Ma, quando intra- 
vide nel vespro Montecitorio, divenne accigliato, sopraffatto 
dal pensiero delle noie grandi e piccole che gli aveva date 
la politica, dalle petulanze di certi elettori alle ingerenze 
di certi eletti. Il sole era calato, e già il Pincio nereggiava 
dietro Villa Medici, e nereggiavano, coi grandi alberi Villa 
Colonna e Villa Aldobrandino Aracoeli riprese a tuonare, e 
la visione dell' amico adorato dileguò. 



Ora io non so imaginare il giorno in cui V esultanza del 
popolo d'Italia consacrerà il monumento. Sento solo che, se 
sarò presente, l' angoscia mi stringerà il cuore, le lagrime 
mi veleranno gli occhi. Perchè tutto avverrà senza di te. 
Il sole sfolgorerà radioso sul candore del tuo monumento, 
destando lampi e faville dai bronzi dorati e dai lucidi marmi 
multicolori, ma il tuo sguardo sarà spento da tempo ! — Con 
le voci di festa, il suono delle musiche salirà lambendo i 
grandi muraglioni, frangendosi, echeggiando tra il curvo co- 
lonnato, ma nessun suono giungerà sino al tuo muto sepolcro 
lontano ! 



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E passeranno a schiere i laceri vessilli, mèmori della 
grande lotta di redenzione ; e dietro loro si trascineranno, 
con ultimo sforzo, i gloriosi feriti mormorando gl'inni 
delle battaglie ; ma tu, tu più giovine di loro, tu non vedrai, 
tu non udirai, tu che della terza Italia hai pur eretto 1' edi- 
ficio sacro, piantando, presso i monumenti del martirio cri- 
stiano che redense l'umanità, il monumento del martirio 
laico che ha redenta la patria. 



L' ultima volta che incontrai Giuseppe Sacconi, egli sa- 
liva in vettura al Pincio, sotto il sole primaverile. Era uscito 
dalla prima grave malattia, e parlava triste e concitato. 

Ricadde, e fu jiortato a Colle Gigliato, presso Pistoia, 
cui scendeva qualche volta distraendosi nel contemplare le 
opere d' arte che ornano quella città. 

Io pure sono uscito da Porta San Marco, ho traversato 
il Brana, ho piegato dalla via di Candeglia per Bigiano, solo 
per vedere il luogo dovegli è morto, per raccogliere e fissare 
neir anima il ricordo degli ultimi suoi giorni. Ho veduto il 
viale, gradualmente tortuoso, saliente tra le acacie, i pla- 
tani, i pini, gli olivi, eh' egli percorreva silenzioso ; ho ve- 
duto i grandi oleandri dai fiori bianchi e rosei, eh' egli pre- 
diligeva ; dalla finestra, dov' egli indugiava, ho veduto Monte 
Albano con le torri di Serravalle, e la pianura lucidamente 
solcata dall' Ombrone ; ho sentito le campane di S. Alessio, 
al suono delle quali egli si risvegliava di buon mattino. 

E chi visse gli ultimi giorni con lui mi ha descritte le 
sue alternative d' ira e di abbattimento, la sua ripugnanza 
ad accogliere che, nel monumento (eran sue parole) fos- 
sero messi « il capitello prima ideato e il Cavallo » — 
Inquieto sempre, passava dalla contemjdazione dell'immenso 
orizzonte ali" alta tavola da lavoro, dove cercava pure di 
fissar linee ed idee ; ma la mente, che pur ragionava, non 
suggeriva più nuove forme darte. E la mano cadeva mentre 



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gli occhi lucevano di pianto e le labbra mormoravano « Sac- 
coni è un uomo finito. » 

La mattina del 23 settembre 1905 s' alzò più tranquillo 
del solito; passeggiò, parlò de' monumenti suoi che anda- 
vano sorgendo in Monza e in Eoma. Ma alle due del pome- 
riggio, fu colto da malore improvviso. Adagiato sul letto, 
non riprese i sensi. Alle tre, morì! Al colle in quell'ora 
poteva tornare il nome antico : non Colle Gigliato, ma Colle 
Gelato ! 



Io non dico altro di lui e delle opere sue, e forse nulla 
avrei detto, dopo che Camillo Boito l'aveva superbamente 
commemorato in Campidoglio. Se non che vinse il desiderio 
di venire a parlare di lui, tra voi, in queste divine Marche 
che lo videro nascere ; in questa vostra incantevole Ascoli, 
cinta di puri e sonanti fiumi, tra lo slancio dei ponti e 
delle torri. 

Perchè egli è veramente ingegno vostro : ingegno limpido 
e misurato. Egli sceso, tra gli spiriti magni, sarà corso a 
conversare coi grandi della sua terra : Pergolese semplice, 
appassionato che fece nello Stahat Mater un capolavoro di 
gusto e di seatimento ; Spontini che nell' eroico seppe serbar 
linee sobrie e levar l'effetto maggiore dall'equilibrio del 
dramma ; Eossini che, fatto un poema di arguzia e di gioia 
nel Barbiere, raggiunse nel Guglielmo Teli 1 ' opera più pro- 
digiosa per pace e serenità, musica fresca come i laghi d'El- 
vezia, sublime come le Alpi ; Annibal Caro che fu dei più 
diafani, eleganti e corretti scrittori del cinquecento; Gria- 
como Leopardi, il quale espresse il dolore e il mistero pro- 
fondo indefinibile della vita e della morte, con le parole 
più semplici che abbia il nostro idioma. 

E passato così tra i musici e i poeti, Giuseppe Sacconi 
prenderà posto con Gentile da Fabriano, che, come disse 
Michelangelo, « nel dipingere aveva avuto la mano simile 
al nome » ; con Raffaello, che ogni bellezza attinse dall' arte 



— 146 — 

e ridonò più raffinata e lucente, come puro oro, all'arte 
stessa ; col Bramante che, dalla modesta semplicità delle 
linee, trasse armonie, mirabili del pari nei piccoli raccolti 
edifìci come nelle moli più grandiose e robuste. 



Quando penso a quegli ingegni e ai molti altri che no- 
bilitarono la vostra terra e qua ne incontro dovunque il ri- 
cordo, a me pare di assistere ad una di quelle tradizionali 
feste delle notte estive, per le quali tutta una regione s' ac- 
cende di fuochi. Ogni vostro borgo o città, presso il mare, 
nelle valli, nei colli, sui monti, accese il fuoco d'un santo, 
d'un poeta, d'un artista. 

Ed ora anche sulla vetta di Montalto, crepita una fiam- 
ma vivida e radiosa. 



INDICI 



Indice delle illustrazioni 



1. Foro Eomano (fotografia Alinari) png. 6 

2. Campagna Eomana (fotografia Alinari) ... » 12 

3. Cortile del Palazzo di Venezia (fot. Carboni) . » 22 

4. Alessandro VI. del Pintoricchio, nell'Appartamento 
Borgia in Vaticano (fot. Anderson) » 36 

5. Chiostro della Pace (fot. Carboni) » 40 

6. La scuola d'Atene (particolare) di Raffaello, in 
Vaticano (fot. Alinari) » 62 

7. G. L. Bernini: autoritratto della Galleria degli uffizi 

di Firenze (fot. Alinari) » 70 

8. Apollo e Dafne (particolare) del Bernini, nella Gal- 
leria Borghese a Eoma (fot. Anderson). ... » 76 

9. Cristina di Svezia, ritratto del Bourdon inciso da 

P. Tanjé » 92 

10. Francesco Santinelli, disegno del E. Gabinetto 

delle Stampe e dei disegni. ........ » 102 

11. Il Card. Scipione Borghese, del Bernini, nella 
Galleria Borghese, a Eoma (fot. Alinari). . . » 122 

12. Il propileo di levante, nel Monumento a Vittorio 
Emanuele II in Eoma (fot. Carboni) .... » 140 



Indice del Testo 



Roma pag. 1 

La « Comune Patria » » 9 

Il Palazzo di Venezia » 13 

L'appartamento Borgia » 29 

Il chiostro della Pace » 45 

Le tradizioni poetiche e la Sala della Segnatura • » 55 

Il Bernini » 67 

Cristina di Svezia » 89 

Villa Borghese » 119 

Sacconi e « il Monumento » » 135 

Indice delle illustrazioni ........... 149